In mostra i suoi progetti: una visione innovativa

La ricerca di uno stile mediterraneo e le prime ipotesi bocciate per il Museo del Costume

NUORO. Nell’esposizione saranno visibili alcuni disegni originali dei progetti dello studio di Simon Mossa attraverso cui viene raccontata l’evoluzione del suo pensiero progettuale, nel dialogo tra l’influenza della scuola razionalista nei primi anni di attività professionale, fino alla produzione di un linguaggio nuovo quale esito di una ricerca e di una sintesi fra gli elementi delle tipologie tradizionali della Sardegna e più in generale del bacino mediterraneo. Organizzatori della mostra gli architetti del collettivo “Mastros – segni e progetti per la città mediterranea” che dal 2015 ha iniziato un lavoro di ricerca nell’archivio dello studio di Antoni Simon Mossa a Sassari. Il Museo del Costume di Nuoro è l’opera pubblica che meglio rappresenta l’attenzione di Simon Mossa per l’architettura dei paesi e dei villaggi della Sardegna. Il primo progetto del 1952, di stampo razionalista e mai realizzato, era inizialmente previsto all’interno del nucleo urbano della città, nell’aerea dove attualmente sorge l’edificio del tribunale. «Nella prima ipotesi il museo si sarebbe dovuto sviluppare attorno a una corte centrale – dice Andrea Faedda di Mastros – , in una posizione dominante rispetto all’asse di Viale Manzoni. Nel parco sarebbe dovuto sorgere un villaggio con diversi tipi di architettura sarda, riproducendo la dimensione viva del vicinato con gli spazi per i laboratori artigianali».

Il progetto che invece è stato realizzato è quello presentato nel 1956 ed localizzato in un’area più periferica della città. «La domanda che resta aperta è perché? – continua Faedda – Quali sono i motivi che avrebbero determinato la scelta di una seconda area. La questione potrebbe essere ulteriormente intrigante se si osserva che nel sito dove sarebbe dovuto sorgere il primo progetto del 1952 è stato invece costruito l’edificio del tribunale. La scelta di decentrare quello che sarebbe diventato uno dei simboli della cultura e delle tradizioni della Sardegna potrebbe non essere stata casuale – sottolinea l’architetto –, soprattutto se appena dopo quella stessa area è stata occupata dal palazzo giudiziario, architettura di uno stato che proprio in quegli anni aveva la necessità di far sentire la propria forza e presenza».

Un altro interrogativo ricco di spunti riguarda il diverso linguaggio utilizzato nelle due versioni progettuali del 1952 e del 1956. «Nella prima abbiamo un Simon Mossa dichiaratamente allineato al Movimento Moderno – spiega Faedda – con

utilizzo ben calibrato di calcestruzzo a vista e finestre a nastro. Invece nel 1956 (l’edificio attuale) ci troviamo dentro il mondo dei paesi della Sardegna, o forse di un “mondo mediterraneo” dove c’è la sintesi di tanti elementi e stilemi che fanno parte della diversità della nostra isola».

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