L’architetto e l’archeologo L’idea di una Sardegna nuova

Il testo di Attilio Mastino per l’incontro di domani al Museo del Costume di Nuoro «Giovanni Lilliu lo conobbe a Sassari e per lui fu come un incantesimo»

Si apre domani a Nuoro un incontro promosso dall'Isre, dalla Società Umanitaria Cineteca Sarda e dagli Architetti di Mastros sulla figura di Antoni Simon Mossa a un secolo dalla nascita e a quasi cinquanta dalla scomparsa avvenuta il 17 luglio 1971.Pubblichiamo un estratto della realazione dell’ex rettore dell’Università di sassari Attilio Mastino, dedicata ai rapporti tra Simon Mossa e Giovanni Lilliu.

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di ATTILIO MASTINO

Giovanni Lilliu ammetteva di aver ricevuto molte suggestioni dall’architetto algherese, come testimoniano gli articoli su La Nuova Sardegna pubblicati nel 1973 sotto il titolo “Su Antonio Simon Mossa, Un ricordo lontano”: due anni dopo la morte dell’architetto, Lilliu presentava un solo ricordo personale, un incontro fugace in Sassari, come “per un incantesimo”, «nella umbertina piazza d’Italia, allora “salotto“ della città “contadina“».

Un eroe romantico. I due discussero di archeologia nuragica e di colonialismo romano; Simon Mossa sembrò all’archeologo davvero distante dalle passioni fredde e disincantate «della vecchiaia dei nostri partiti politici». Dunque un eroe romantico di un partito giovane; nella concezione che Simon Mossa aveva del suo Partito Sardo c’era una carica di utopia commovente e trascinatrice, una tensione intellettuale di apostolo, che ne faceva una sorta di “nuovo profeta”, verso la nuova “terra promessa” per il Popolo Sardo. Dunque la teoria di un Partito Sardo volontaristico, disinteressato, intransigente.

Negli ultimi scritti su Sardegna libera del 1971 Simon Mossa precisa meglio l’intuizione lussiana del carattere universale dell’autonomismo sardista, coinvolgendo idealmente il movimento di riscatto dei Sardi in quello mondiale della liberazione dei popoli oppressi dal colonialismo. In questo modo la rivoluzione sarda per l’indipendenza avrebbe significato non tanto l’emancipazione economica e sociale di una classe (il proletariato): l’obiettivo era quello di rendere l’intero popolo sardo – pastori e contadini soprattutto – il lievito e lo strumento, oltre che il fine della lotta contro l’oppressione statale.

Il terzo mondo europeo. Il rapporto tra i due fu anche conflittuale, per la polemica di Lilliu contro le «favolose architetture “orientali“ nella Costa Smeralda volute dal conquistatore israelitico»; del resto questa Sardegna proiettata nel “Terzo Mondo” non poteva farsi incantare dal «verbalismo rivoluzionario di Gheddafi in Libia» che gli sembrava coprire . (...). Del resto la tesi di Simon Mossa legava la comunità etnica sarda alle comunità etniche del così detto “terzo mondo europeo”. Lilliu comprendeva la collera di Simon Mossa, la sua disperata risoluzione che non restasse altra via che quella della “rivoluzione” e dell’insurrezione armata. Opzione quest’ultima che riteneva pericolosa in un momento come quello che l’Italia stava vivendo negli anni 70, mentre forze politiche di destra «amoreggiavano per restituire alla Nazione governi forti di blocco d’ordine».

Centralismo e periferie. Da qui l’esigenza di un’azione della Regione verso una modifica della Costituzione per via democratica, con più potere e sovranità alle periferie.

In realtà prima di morire Simon Mossa voleva denunciare la morte del popolo sardo, della sua cultura, della sua lingua, del suo patrimonio morale, delle sue stesse caratteristiche fisiche. In questo contrasto finale fondato sulla sincerità, Lilliu proponeva un manifesto di tutti i Sardi per un’alleanza che li portasse ad operare insieme per il rifiorimento della loro piccola nazione.

Trent’anni dopo Lilliu avrebbe riconosciuto il ruolo profetico che l’architetto aveva avuto nel cammino dell’autonomia, per l’intelligenza del disegno politico orientato verso l’autogoverno, per la denuncia del fallimento del regionalismo, contro il qualunquismo e la nostalgia centralistica; temi attuali al momento della Riforma della Costituzione del 2001 in senso federale.

Uno statuto zoppo. La Regione, creata come antitesi allo Stato centralistico, si era sdraiata sulla tesi che mirava teoricamente a negare, tanto che si poteva parlare di una “Regione ministeriale”. Era orribile che lo statuto zoppo, moderato, piccolo borghese, fondasse la specialità della Sardegna quasi esclusivamente sul fattore economico, orientandosi verso l’integrazione e non verso la diversità, non riconoscendo la peculiarità

etnica, culturale, storica, politica e territoriale di un popolo distinto, risorto a nazione. Lilliu a posteriori poteva constatare che (...) della proposta di una Assemblea costituente che approvasse un nuovo statuto, anzi la questione entrò in un lungo sonno dal quale ancora non è riemersa.

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