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Porti come giardini con la lana intelligente che digerisce lo sporco

Porti come giardini con la lana intelligente che digerisce lo sporco

L’Oms premia il banner mangia-inquinamento di Daniela Ducato Il prodotto di ingegneria tessile in vetrina a Cala Gonone su Linea Blu

di Alessandra Sallemi

La storia tutta sarda del banner che mangia l’inquinamento nei porticcioli turistici e nelle spiagge ha affascinato l’Italia attraverso la prima puntata di Linea Blu 2017 girata dalla Rai a Cala Gonone, vetrina scelta per presentare l’innovazione fra le prime dieci al mondo premiata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Miracolo della tecnologia, questa striscia chiara che si appende ai moli è in realtà una specie di culla, velocissima nel catturare le sostanze inquinanti e anche la microflora capace di digerirle e di restituire al mare un’acqua pulita. Il banner (geowool sea cleanup) è prodotto in Sardegna, nell’industria tessile di Bitti e, ancora una volta, è il risultato dello scambio permanente di dati, informazioni, scoperte della filiera di 40 aziende sarde, Edizero Architetture di Pace, attive in campi diversi.

La tessitrice di questa filiera è la pluripremiata imprenditrice Daniela Ducato, famosa per aver trasformato il pelo corto delle pecore da rifiuto difficile da smaltire a materia prima per isolanti naturali destinati all’edilizia e non solo. Ducato non vuole raccontare ancora una volta i suoi successi imprenditoriali perché le pare molto più importante sottolineare la forza della filiera: «Il nemico più grande dell’innovazione è l’essere soli. Ogni azienda di Edizero conduce ricerche per conto proprio ma i risultati vengono comunicati alle altre aziende e capita che informazioni non di rilievo per alcuni offrano prospettive nuove ad altri. La materia prima di tutto il nostro lavoro è l’intelligenza e l’osservare le cose da punti di vista sempre diversi». Il banner che previene l’inquinamento di mare e laghi è nato dalle soluzioni trovate per annientare l’inquinamento in ambienti molto diversi, come gli aeroporti.

La sua originalità è data dall’ingegneria tessile creata apposta per debellare il microinquinamento dei porti dove le barche possono perdere carburante, liquidi fisiologici, detersivi oppure nelle spiagge dove il flagello sono creme solari e spume per i capelli che formano uno strato irridescente sul pelo dell’acqua spesso visibile a occhio nudo. Il banner non è obbligatorio, come lo sono invece nei porti e sulle imbarcazioni i prodotti olioassorbitori per gli sversamenti di idrocarburi, ma se viene installato non dà problemi di gestione: la parte in acqua che assorbe gli inquinanti dopo 45 giorni si biodegrada da sola e diventa substrato per la microflora. «Noi siamo per l’industria 4.0 – dice Ducato – che coniuga alta tecnologia e non-spreco». Punto d’onore della filiera è che l’ormai famoso banner (già autorizzato dal ministero) è stato creato senza finanziamenti pubblici: «È un patto fra noi che risale al 2006 quando vennero finanziati progetti per valorizzare la lana di pecora – ricorda Ducato –, noi dicemmo di no. È giusto aiutare le aziende, non doparle. Il risultato di certe scelte è che i prodotti muoiono quando finisce il finanziamento. Noi pensiamo che più che di soldi ci sia bisogno di ascolto delle persone nei territori, e di strumenti quali una continuità territoriale delle merci o, banalmente, un linea adsl».

Alla fine è chiaro come è nato il banner, ma dove comincia l’idea della

filiera? Ducato è abituata a sorprendere: «È s’aggiudu torrau, l’aiuto restituito, trasferito nell’innovazione. Nel dna dei sardi c’è la capacità di collaborare, cos’altro è il sostegno nel momento della difficoltà?». E chentu concas chentu berritas? «Solo un pregiudizio, di cui liberarsi».

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