«Telévras? È immobile come la mia Sardegna» 

Parla Gesuino Nemus, autore di “Ora Pro Loco”, romanzo ambientato in un’Ogliastra immaginaria 

SASSARI. «Chi lo dice che noi sardi dobbiamo per forza presentarci con il fucile e “sa bertula”, lo sguardo truce e una musica tetra in sottofondo? Noi siamo anche allegri, autoironici. Dobbiamo uscire da questa sindrome di Stoccolma al contrario che ci imprigiona in uno stereotipo». Parola di Matteo Locci. O Gesuino Nemus, fa lo stesso, perché il secondo è l’eteronimo del primo, da quando nel 2015, a 57 anni, lo scrittore di Jerzu – che da anni fa la spola tra l’Ogliastra e Milano – ha conquistato lettori, critici e premi (tra cui il Campiello e il Bancarella) con il suo romanzo d’esordio “La teologia del cinghiale”, ambientato a Telévras, immaginario paesino dell’Ogliastra, e strutturato come «un giallo per caso». A quel primo libro, che sta per essere tradotto in Francia, hanno fatto seguito, l’anno scorso “I bambini sardi non piangono mai” e pochi mesi fa “Ora Pro Loco”.
Tre capitoli indipendenti tra loro ma acclimatati nello stesso minuscolo borgo, e pubblicati tutti dalla Elliot di Roma. “Ora Pro Loco” è stato presentato nei giorni scorsi in Sardegna da Nemus, che – panama, sigaro in bocca e aria scanzonata da «guascone», come lui stesso ama definirsi – ha incontrato i lettori di Sassari, Cagliari e Turri durante il festival Éntula. Nel nuovo romanzo, che ruota intorno agli sfaccendati del bar “Cannonau&Basta”, si ride molto. Come in quelli precedenti. Però l’ironia si fa agrodolce quando riflette su una Sardegna che, tra internet e quiz televisivi, non riesce comunque a liberarsi da un immobilismo sconfortante.
Nemus, come mai ha deciso di sviluppare la trama partendo dalla crisi della Pro Loco di Telévras?
«Perché ho scoperto che, in particolare nei piccoli centri dell’Ogliastra, sono in pochi quelli che vogliono ancora far parte di un ente che deve occuparsi, da solo e con pochi soldi, di promuovere il territorio. E che spesso si ritrova alle prese con un sacco di grane. Senza contare che si finisce per ricorrere sempre alla solite cose e con scarsi risultati».
Uno dei personaggi di “Ora Pro Loco” a un certo punto, stanco dei turisti che scattano foto, sbotta: «Io le launeddas le odio!». Vorrebbe urlarlo anche lei?
«No, non è che non sopporto le launeddas, ma non ne posso più del “piripì” per attirare dieci turisti. O delle sfilate dei Mammuthones. Ho studiato con la grande etnologa Claudia Gallini: non ce l’ho di sicuro con la tradizione, ma con la nostra maniera di presentarla. Il fatto è che il nostro è un turismo concentrato in dieci giorni d’agosto e facciamo tutti le stesse cose: sagre della pecora e balletti».
In realtà la Proloco di Telévras, visto che il turismo e il mito dei banditi non rendono, decide di puntare su un supercarcere, che garantirebbe posti di lavoro per decenni.
«Certo, noi siamo esperti di cattedrali nel deserto. Anche quando in Italia si iniziava a parlare di centrali nucleari, le si voleva costruire in Sardegna. Tanto, dicevano, è spopolata, non c’è nessuno. Il fatto è che noi sardi non riusciamo a determinare il nostro destino, subiamo sempre decisioni da tutti, e anche le scelte della nostra classe politica regionale – senza che nessuno si offenda – non sono altro che imitazioni pedisseque delle leggi nazionali. Anche senza voler parlare di indipendentismo, che resta comunque il mio sogno, ci troviamo a essere prigionieri del Continente, viviamo sotto il regime di monopolio di una compagnia aerea. Siamo ostaggi, letteralmente, della nostra terra, e come dico nel romanzo: “possiamo scappare ma non possiamo più tornare”».
La crisi è generale, e a peggiorare la situazione si inserisce il delitto di una misteriosa donna francese, che il protagonista, l’ispettore Marzio Boccinu, dovrà risolvere. Nemus, nemmeno in questo romanzo rinuncia al giallo?
«In realtà a me interessa la narrazione, non sono un giallista e non parto mai con l’idea di un determinato colpevole. Nei miei libri non ci sono indagini precise, e nemmeno soluzioni del caso, se non per meri colpi di fortuna. Sono sempre le circostanze che portano a scoprire un eventuale colpevole, oppure addirittura la confessione non richiesta del sospettato».
In effetti i suoi ispettori sono tutt’altro che infallibili. Perché?
«Inventarsi un eroe sarebbe facilissimo, e mi è stato chiesto più volte di farlo. Però i miei protagonisti sono umani, forse proprio questa è la loro forza. Per esempio, quando ho vinto il Premio Fedeli con “I bambini sardi non piangono mai”, la giuria dei poliziotti mi ha detto: “Finalmente un personaggio credibile. Sembra quasi che tu abbia vissuto con noi la difficoltà delle indagini, quando non si capisce niente di niente e nessuno riesce a risolvere il caso”. In “Ora Pro Loco”, inoltre, Marzio Boccinu, si scontra con un muro di omertà. Non è inverosimile, se si pensa a tutti gli omicidi irrisolti negli ultimi tre anni in Ogliastra. E poi Boccinu è anomalo, per amore finisce per commettere un reato. Però su questo non svelo altro».
Come mai i suoi ispettori cambiano da un romanzo all’altro?
«Non mi interessa la serialità, l’unica cosa che resta fissa è la comunità di Telévras, anche se un giorno per forza di cose scomparirà. I comprimari cambiano, arrivano da fuori, un po’ come succede da sempre nella storia della Sardegna. Vanno, vengono, come “Le nuvole” di De André».
“Le nuvole” è una delle canzoni che lei cita negli exerga che aprono tutti i capitoli del libro. Che funzione hanno queste citazioni?
«Sono fondamentali. I miei romanzi nascono dall’ascolto di canzoni particolari e dalla mia passione per la musica, scoperta negli anni Settanta quando giravo per i villaggi turisti suonando alle tastiere cover dei Pink Floyd e dei led Zeppelin».
In “Ora Pro Loco”, il personaggio suo omonimo, Gesuino Nemus, ha un ruolo più defilato rispetto ai precedenti. È il segnale di un cambiamento nella sua scrittura?
«È più defilato perché non volevo
correre il rischio dell’autoreferenzialità, né che fosse sempre lui a risolvere i casi. Può darsi che dopo il prossimo libro lascerò un po’ da parte anche il paese di Telévras. Però sicuramente continuerò a scrivere della Sardegna, soprattutto della nostra maniera di rapportarci al futuro».

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