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Donatori di impronte contro il furto di identità digitale 

Donatori di impronte contro il furto di identità digitale 

Arruolati dall’Università di Cagliari per creare un gigantesco database. Obiettivo: insegnare alle macchine come si riconosce un dito vero

Ci sono già più di trenta volontari delle impronte digitali. E a luglio forse saranno cento: daranno una mano alla scienza. Anzi le dita. Perché presto la sicurezza dei fatti e dei soldi propri passerà dai nostri pollici. Niente più “pin” con la data di nascita del bambino o password con il soprannome di quando si giocava a pallone: dati sensibili e bancari saranno accessibili, sempre di più, attraverso codici di accesso biometrici. Per questo nasce il progetto di raccogliere nel mondo il maggior numero possibile di impronte digitali: serviranno per creare un data base in cui si incroceranno milioni di informazioni. Per creare codici, derivati proprio dalla pressione del dito su uno schermo. E dovranno essere stringhe lunghe e impenetrabili. A Cagliari la raccolta è gestita dalla Divisione Biometria del PRALab del Dipartimento di Ingegneria elettrica ed elettronica dell'Università. Il referente scientifico è il professor Gian Luca Marcialis. Si cercano – e si stanno già trovando – volontari disposti a “donare” le impronte digitali per realizzare un data base non commerciale. Da utilizzare – spiega l'Università – solo per testare le soluzioni progettate per sopperire a eventuali attacchi informatici ai sistemi di riconoscimento di impronte digitali.

«Il processo di acquisizione è reso totalmente anonimo – spiega Marcialis –. Diciamo questo per tranquillizzare e incoraggiare chi ci vuole venire a trovare nei nostri laboratori. Chi lo ha già fatto si è trovato molto bene: l'identikit del donatore è quello di una persona con la mente aperta, proiettata nel futuro. Molto interessata a tutti i passaggi: dalla apparizione sul monitor delle sue impronte alla realizzazione del calco». Un'esperienza coinvolgente. E in qualche modo anche divertente. La donazione cagliaritana è inserita nel progetto più ampio della “Fingerprint Liveness Detection Competition”, un confronto a livello internazionale tra gli operatori che si occupano dei sistemi di riconoscimento di un individuo. «L'India – spiega Marcialis – è molto avanti in questo settore che rappresenta il futuro della sicurezza. In Italia il riconoscimento digitale è poco utilizzato: viene utilizzato soprattutto nel campo della telefonia mobile. Ma nei prossimi anni sarà il futuro della sicurezza».

Al centro una chiave di accesso unica come le impronte digitali. Impossibili da perdere o da dimenticare da qualche parte. Difficili da copiare. Le macchine – anche grazie a questa ricerca – potranno avere più informazioni per distinguere un dito vero da uno artificiale, creato apposta per rubare segreti o soldi. La Liveness Detection – quella che ispira il progetto – è una particolare branca della biometria che studia l’autenticità delle caratteristiche biometriche. Il fine di questa ricerca è proprio quello di contrastare gli attacchi ai sistemi di riconoscimento automatici tramite repliche artificiali dei tratti caratteristici individuali.

In altre parole, la Fingerprint Liveness Detection cerca di rispondere a domande del seguente tenore: questa impronta digitale è stata prodotta da un dito vero o da una replica artificiale? «Tutti i sistemi di intelligenza artificiale

– spiega Marcialis – hanno bisogno di disporre del maggior numero possibile di dati». E di tempo, per aiutare la tecnologia, ne serve davvero poco. Sino a luglio si può prenotare l'appuntamento con i laboratori di ingegneria. E una volta lì bastano appena 45 minuti: la scienza ringrazia.

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