«Il lamento inascoltato dei paesi che muoiono» 

“Freemmos” a Sassari: la Regione non può stare in silenzio

SASSARI. Da Cagliari arrivano elogi e belle parole, ma i fatti stanno a zero. Da quando si è messo in moto, alla fine di aprile, Freemmos ha bucato lo schermo e conquistato visibilità. Merito della musica, che è la parte più d’impatto del progetto lanciato dalla Fondazione Maria Carta per arginare lo spopolamento nei paesi sardi. E merito anche di quel nome accattivante, metà in inglese e metà “in limba”, che rivendica il diritto di vivere nella propria terra senza rinunciare a dialogare col mondo. Finora, però, i liberi di restare non hanno scucito le tasche della Regione. Né ottenuto da Cagliari promesse di nuove leggi che diano una scossa alla disoccupazione, alla desolazione dei collegamenti, alle nascite in picchiata.

Allora, se il Capo di Sotto è sordo, si cerca l’alleanza con quello di Sopra. Il quale, va detto, non è che stia molto meglio. Nonostante la denominazione di “città”. I giovani vanno via anche da Sassari, alla ricerca di un lavoro al passo con la loro specializzazione. «Se non fosse per i migranti già oggi avremmo un saldo negativo. Le stime dicono che nel 2060 la popolazione scenderà a settantamila abitanti», mette le mani avanti il sindaco Nicola Sanna, in apertura del convegno “Freemmos – Liberi di restare”, ospitato giovedì scorso nella Fondazione di Sardegna. Non si può chiedere ai ragazzi di tornare in una terra che offre sempre meno. A meno che i Comuni, soprattutto i più svantaggiati, non facciano rete e pretendano, dalla Regione e dallo Stato, le risorse con le quali costruire nuove opportunità. Su questo punto sono d’accordo tutti i partecipanti all’incontro, a partire da Emiliano Deiana, sindaco di Bortigiadas e presidente dell’Associazione nazionale comuni italiani. «L’Anci ha appena pubblicato uno studio che dimostra come al sistema locale della Sardegna manchino 2,6 miliardi di euro. – esordisce –.La cosa interessante non è tanto la cifra ma il silenzio tombale da parte di chi dovrebbe parlare, ovvero l’assessore alla Programmazione, il presidente della Regione, l’Assessore agli Enti locali». E pensare che con quei soldi si potrebbero costruire, non solo nei centri principali ma anche nei paesi dell’interno, «sessanta musei come il Betile, mille asili nido, ventisei ospedali, duecentoottantotto chilometri di ferrovie ad alta velocità, ottocentosessantasei aziende agricole, mille e quaranta caseifici».

Invece, ricorda la docente di sociologia urbana Antonietta Mazzette «i piccoli centri devono combattere con la chiusura delle poste, delle scuole, degli asili. In Sardegna ci si può spostare solo con l’auto e il sistema stradale non è nemmeno di epoca di Giolitt». A dispetto dello sfascio generale, però, c’è anche chi scommette sull’interno dell’isola «nonostante le politiche di accentramento, che vanno avanti da oltre cinquant’anni», come sottolinea l’urbanista Sandro Roggio e che vedono «privilegiate solo Cagliari e le coste, dove il lavoro ancora c’è». Non si può parlare di grandi numeri, ma sono comunque segnali incoraggianti di resistenza allo spopolamento e all’emigrazione. Ne cita alcuni il giornalista Giacomo Mameli, che ricorda «le diciotto aziende vitivinicole di Mamoiada, tutte in mano a giovani, e le cooperative sociali di Dorgali che producono e vendono, oltre alle ceramiche, vino, olio, formaggio», e poi si chiede, sarcastico, «perché i cestini di Castelsardo siano made in China, o perché Sassari venda i biscotti Oro Saiwa, al posto di quelli di Fonni». Sarà perché
la rete, ancora, non funziona sempre bene come nel caso dell’Unione dei comuni del Parteolla, dove un logo condiviso riunisce giovani produttori di vino che, dopo essersi formati all’estero, hanno raggiunto un’eccellenza tecnologica e adesso dalla Sardegna esportano in tutto il mondo.

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