«Ecco perché ho scelto Cabras per il mio film»

Intervista con la sceneggiatrice e regista Laura Bispuri

INVIATO A CABRAS. Decine di persone da guidare e per tanti giorni. L’ultimo ciak deve essere una liberazione per chi dirige un film. Anche se quella delle riprese non può che essere la fase più entusiasmante della crescita della propria opera, nata da un’idea trasferita poi su dei fogli destinati a diventare il copione. Da lì sono usciti i personaggi di “Figlia mia” che hanno preso forma nelle ultime sei settimane, con il lavoro svolto da Laura Bispuri insieme alla sua troupe di 57 persone. A fine giugno, poco dopo la metà di questo percorso, la visita sul set per la stampa organizzata dalla Sardegna Film Commission. A Cabras, location principale (alcune scene sono state girate anche a Riola Sardo, San Vero Milis, Oliena) del nuovo lungometraggio della regista romana, a due anni dalla presentazione alla Berlinale di “Vergine giurata”. Prodotto dalla Vivo Film di Marta Donzelli e Gregorio Paonessa (in coproduzione con altre realtà e il sostegno del Mibact e della Regione) “Figlia mia” racconta la storia di una bambina divisa tra due madri. Una madre che l’ha cresciuta con amore e devozione per dieci anni e una madre naturale che per caso e istinto giunge a reclamarla. Una storia che «come primissimo punto di partenza - spiega Laura Bispuri - ha un racconto che ho sentito molti anni fa. Si trattava di una ragazza che aveva sua madre, ma che a un certo punto voleva farsi adottare da un’altra madre. Senza rinnegare la prima. Una storia che allora mi colpì molto e di cui ho iniziato a parlare con Francesca Manieri, con la quale ho scritto la sceneggiatura».

Come avete sviluppato quell’idea iniziale?

«Ricordo la lettura che facemmo del libro della Homes “La figlia dell’altra”. C’era qualcosa in comune. Ma questa storia, questo germoglio per anni è rimasto lì e io nel frattempo sono diventata madre. Mi sono trovata così figlia e madre e qualcosa deve essermi tornato a galla. La sensazione, il pensiero di fondo del film è che forse si cercano altre madri, che forse si va avanti e indietro con la propria, che i riferimenti del materno possono essere molteplici, che è bene raccontare l’imperfezione del materno come suo elemento sostanziale, prezioso, fondante».

Quando ha capito che la storia poteva trovare l’ambientazione ideale proprio in Sardegna?

«Stavamo scrivendo una storia universale che poteva essere ambientata ovunque. Abbiamo fatto delle riflessioni e dei primi sopralluoghi in un’ambientazione completamente diversa. Io non ero convinta. La Sardegna abitava dentro di me da anni come luogo dell’anima. Ultimamente avevo passato lì dei mesi estivi con mia figlia e credo che questo abbia influito. È stato un richiamo istintivo che ho voluto ascoltare. Dopo l’istinto c’è stata però la riflessione, lo studio, l’approfondimento e ho iniziato a venire sull’isola spesso, in tutte le stagioni dell’anno, per capire il territorio. Nei viaggi che ho fatto, come nei libri che ho letto, ho trovato tante risposte che legavano la storia del film all’isola».

Qualche esempio di questo legame?

«Per esempio mi ha colpito scoprire la tradizione dei “figli dell’anima” che qui in Sardegna era molto diffusa. Trovo che abbia a che fare con la storia del film. Poi ho scoperto tante figure femminili forti. Dalle donne che venivano lasciate sole durante i lunghi mesi della transumanza, nei quali si dovevano occupare di tutto prendendo autonomamente le decisioni, a una figura simbolo come quella di Eleonora D’Arborea, voce di una femminilità che ha chiesto giustizia e rispetto. Nel mio viaggio di studi poi mi sono imbattuta nel mondo archeologico sardo e a colpirmi sono state le numerosissime statuette della Dea Madre ritrovate nelle domus de janas in forma di nutrice o di gravida. Insomma le risposte alla mia ricerca sono state tante e forse una fra tutte la presenza di un paesaggio che trovo di una bellezza disarmante e mi ricorda la forza delle madri».

Ma come si è sviluppata la fase dedicata a sopralluoghi nell’isola?

«È durata circa due anni. Ho girato tutta la Sardegna, però mi succedeva che volevo sempre tornare a Cabras. Era il posto a richiamarmi sempre indietro e a farmi tornare. Così ho iniziato a capire che il film effettivamente poteva essere ambientato a Cabras o a Silius, un piccolo paesino a cui a poco a poco mi ero affezionata e dove avevo trovato molte location interessanti».

Perché alla fine avete scelto come location principale Cabras?

«Alla fine ho capito bene cosa stavo cercando e perché Cabras era il posto giusto per me. L’idea di partenza è sempre stata quella di voler raccontare una Sardegna fuori dagli stereotipi, una terra che spesso da lontano viene immobilizzata in un immaginario fermo nel tempo e pieno di folclore. Quello che mi affascina fortemente della Sardegna è invece la contaminazione continua e stratificata tra l’affascinante e potente tradizione arcaica e il mondo contemporaneo. Anche per questo ho scelto come protagonista del film una bambina sarda dai capelli rossi. Sentivo che Cabras poteva aiutarmi a raccontare questa contaminazione. Mi sembra un luogo che non si comprende subito a un primo sguardo. È un luogo sfaccettato e in cui l’identità si mescola ed è in movimento, in una continua ricerca, un po’ come nei personaggi del film. E poi Cabras ha una luce particolare».

L’ambientazione ha arricchito il soggetto originale di quali elementi?

«Sono state riscritte completamente alcune parti del film. In genere il processo di scrittura
con Francesca segue passo passo il processo di ricerca dei luoghi. A seconda di ciò che viene trovato e che emoziona e arricchisce la storia, la sceneggiatura cambia e segue le atmosfere dei posti. In questo modo si arriva ad avere un’interazione autentica tra pagina scritta e realtà».

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