L’Art ensemble incanta Time in jazz

Straordinario live del gruppo di Roscoe Mitchell e Don Moye. E oggi c’è il tributo a De André

INVIATO A BERCHIDDA. Prima il solo pianoforte di Sergio Rubino davanti alla chiesa di San Giovanni Battista, a Mores: un’oretta da sogno che vorresti non finisse mai. Poi, nel pomeriggio, a Bortigiadas, l’incantevole produzione originale da solista di Francesco Bearzatti, lo stesso saxman che il giorno prima aveva stregato il pubblico del palco centrale di Time in Jazz con “This machine kills fascists”. E, dulcis in fundo, a Berchidda, la performance più attesa: quella dell’Art ensemble of Chicago, gruppo storico attualmente composto da Roscoe Mitchell e Hugh Ragin ai fiati, e da Junius Paul al contrabbasso e dall’evergreen Don Moye alla batteria e le percussioni. È dunque trascorsa in bellezza dall’inizio alla fine la quinta giornata del festival ideato e diretto dal trombettista berchiddese Paolo Fresu. E del resto, se sul palco c’erano dei mostri sacri come quelli appena citati, non poteva essere altrimenti.

Partendo dall’ultima esibizione, straordinaria, sintetizzarla in poche righe non è semplice. Roscoe Mitchell, settantasette anni suonati e mito vivente, sabato sera ha regalato al pubblico di Berchidda un concerto da far venire la pelle d’oca. Si è presentato sul palco vestito con un abito grigio come i suoi capelli e, magrissimo, ha suonato il sax per due ore buone come se fosse un teenager. Free jazz, pura improvvisazione che sfugge a ogni categoria musicale. L’unica cosa certa – ed è ciò che ha impressionato tutti – è che tra gli assoli mozzafiato e i pezzi in cui i quattro strumenti si univano come se a suonare ce ne fosse uno solo, le star sul palco hanno strappato applausi e sogni. Sì, sogni. Ognuno, tra gli spettatori, mentre l’Art ensemble faceva la sua perfomance, si è fatto il suo film, e bisognerebbe scomodare Freud per descriverli (ma anche più modestamente Crepet, tra la folla di Mores) . Assoli da paura, silenzi lunghi cinque interminabili secondi, e poi di nuovo Don Moye e Roscoe Mitchell che come due pischelli distribuiscono emozioni ed energia. Finale tra gli applausi con un classico dell’Art ensemble: il pezzo “Oddwalla”, brano della band orfana di Lester Bowie, scomparso nel 1999.

Per quanto riguarda il programma del festival, stamattina il trombettista polacco Tomasz Stanko suonerà a Olbia nella chiesa di San Paolo affiancato dal solo David Virelles al pianoforte. Ma il pomeriggio (precisamente alle 18) riserva un’altra chicca: dopo quattro anni di assenza, il festival ritrova infatti l’Agnata, la tenuta vicino a Tempio Pausania che fu uno dei principali luoghi di ritiro di Fabrizio De André e che oggi ospiterà “Le Rondini e la Nina”, un omaggio musicale tra jazz e canzone d’autore a Fabrizio De André e a un altro grande cantautore scomparso, Lucio Dalla, attraverso una rilettura originale dei loro repertori. Un progetto nato proprio a Berchidda che vede insieme Gaetano Curreri e Fabrizio Foschini, rispettivamente voce storica e pianista degli Stadio, con Paolo Fresu (tromba e flicorno) e Raffaele Casarano (sax). Per motivi di sicurezza, l'evento sarà a numero chiuso. Bisogna pertanto munirsi del biglietto di accesso, che si potrà riservare e ritirare gratuitamente alla biglietteria del festival a Berchidda (dalle 10 in poi) oppure su Vivaticket (www.vivaticket.com) fino a esaurimento posti.

Altre
atmosfere, a Berchidda, nella prima parte della serata in piazza del Popolo alle 21.30: il Pipon Garcia Trio, in arrivo dalla Francia, Spazio poi al quintetto capitanato dal padrone di casa Paolo Fresu, dopo l’improvvisa defezione di quella autentica icona del jazz italiano: Enrico Rava.

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