Lo sguardo sul mondo di Sotìrios Pastàkas

Il tour in Sardegna del poeta e psichiatra greco: “Gli anni del mio esilio in Italia per sfuggire alla dittatuta dei colonnelli”

CAGLIARI. “Corpo a corpo”, l’antologia dedicata a Sotìrios Pastàkas, edita da Multimedia con testo a fronte, descrive il rapporto tra la poesia e il suo autore. Poeta per vocazione, psichiatra di professione, Sotìrios Pastàkas è in Italia per presentare il libro in un tour organizzato dalla Casa della Poesia che alla Sardegna ha dedicato tre incontri, a Mogorella, Oristano e Cagliari realizzati in collaborazione con la Biblioteca gramsciana, Bel e Zebù e gli Intrepidi Monelli. Nel teatro di Sant’Avendrace ha recitato le sue liriche davanti alla comunità ellenica commossa. Ha infine parlato di sé in un italiano un po’ arrugginito dal tempo. Sotìrios Pastàkas si è infatti laureato in Italia, dove è arrivato a 18 anni, per sfuggire alla dittatura dei colonnelli. A vent’anni ha pubblicato sulla rivista To Dentro, da allora è uno dei poeti greci più importanti, ma anche un intellettuale attivo nelle riviste e nel web. Traduttore in greco dei nostri Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Sandro Penna, Umberto Saba nel 2003 ha conosciuto Jack Hirschman che gli ha cambiato la vita, il suo ‘satòri’ lo ha definito, colui che ti porta all’illuminazione.

«Ero a San Francisco – racconta Pastàkas – per un congresso mondiale di psichiatria. A quel tempo ero un medico di grido ma avevo un matrimonio infelice, lavoravo, facevo soldi. Mi portano da Jack Hirschman che dopo cinque minuti si mette a cantare in greco una canzone di Teodorakis che mi fa accapponare la pelle, la cantava in italiano Iva Zanicchi: “Un fiume amaro”. E’ nata una simpatia spontanea, anche perché siamo nati nello stesso giorno, il 13 dicembre. Hirschman era poverissimo, viveva in uno studiolo di 20 mq senza il bagno e doveva scendere due piani per usare una toilette che altri amici gli mettevano a disposizione, riceveva al bar sotto casa e vendeva il giornalino del Partito Comunista degli Stati Uniti, per un dollaro, eppure era sempre allegro: leggeva, scriveva, organizzava. Mi ha colpito la sua forza. Dopo due o tre anni, perché era una decisione dura da prendere, ho lasciato la professione e ora mi occupo solo di poesia».

Hanno definito la sua una poesia “dello sguardo” perché osserva spudorato e impietoso le ferite del corpo, nomina i risvolti indicibili del quotidiano. Crede davvero che la parola salvi dalla disperazione e curi?

«La poesia sicuramente non può fermare un missile o un carro armato. Non può cambiare il mondo ma può cambiare noi. Non diventeremo più buoni ma ci apre la mente: abbiamo più possibilità di capire quel che ci succede, perché ci succede, acquisire esperienze che non si possiedono né con lo studio, né con la scienza. Il lavoro del poeta è dare le parole che servono per esprimersi, per fare una dichiarazione d’amore o esprimere un lutto. Sono le due situazioni estreme dove rimaniamo senza parole. Lì serve il poeta, per dare voce ai nostri sentimenti, quindi io lo sento come un debito verso la società. Diceva Borges che la massima aspirazione del poeta è che qualcuno canti i tuoi versi senza sapere chi li ha scritti, senza che sappiano il tuo nome».

La sua poesia consente una comprensione immediata. Punto di partenza o risultato?

«Uno scopre che gli è facile scrivere. Ma visto che è facile bisogna mettere una siepe di fronte, senza la quale non c’è l’infinito. E’ la siepe che ci fa vedere l’infinito. Bisogna crearsi piccoli ostacoli per una poesia più concreta, più diretta. Uso la matematica, i simbolismi, il numero 3 per dare un’armonia, una costruzione alla poesia. Il lettore non la coglie subito ma è quest’armonia nascosta che riesce a commuoverlo e a fargli amare la poesia».

Lei ha dichiarato che dalla crisi economica il popolo greco ha riscoperto l’altruismo. Contro la solitudine dell’individuo torna d’attualità il ruolo politico dell’amicizia?

«Compito del poeta è quello di rendere visibili le cose che succedono. Oggi la Grecia è scomparsa dai telegiornali, forse perché la povertà non fa notizia, non piace a nessuno. Le cose da
dire sarebbero molto dure e non è il caso. Il fatto è che, come ho scritto rivolgendomi a tutti i politici: “Solo i morti sono poveri, Angela Merkel”. La povertà non è una malattia incurabile, solo i morti sono veramente poveri. Finché siamo vivi c’è sempre da lottare per andare avanti».

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