Antonio Simon Mossa, l’architetto che voleva lavorare nel cinema

Un convegno a Sassari ha svelato la sua passione, finora rimasta nascosta, per la “settima arte” Nei suoi progetti un manuale di tecnica e un film sulla faida di Orgosolo insieme ad Augusto Genina

SASSARI. Il 28 preso all’esame di Scenografia, contro il 22 di Composizione architettonica, qualcosa avrà pur voluto dire. Anche perché Antonio (Antoni, in catalano) Simon Mossa negli anni Trenta del secolo scorso frequentava a Firenze la facoltà di Architettura, dove si laureò.

Era il cinema però la grande passione dell’intellettuale e ideologo dell’indipendentismo sardo, nato a Padova nel 1916 da una famiglia di origine algherese e morto a Sassari nel 1971. Tanto che suo figlio Pietro Simon oggi può dire, un po’ scherzando e un po’ sul serio: «l’architettura per lui era un ripiego!» nonostante gli oltre quattrocento progetti firmati, compresa la scenografica scalinata che da Capo Caccia conduce alle Grotte di Nettuno. Sull’interesse di Simon Mossa per la settima arte ha fatto luce il convegno "Il Cinema di Antonio Simon Mossa: dall'esperienza del CineGuf a 'Proibito'", organizzato dalla Società Umanitaria Sardegna, in collaborazione con il Dipartimento di Storia dell'Università di Sassari e la Società Filosofica Italiana. I lavori sono partiti, ha spiegato la direttrice dell’Umanitaria Antonella Sento, «dall’archivio affidatoci nel 2015 dai familiari di Antoni Simon Mossa, che conserva, tra altri documenti, anche le pagine di quello che avrebbe dovuto diventare, con il titolo “Prassi e cinema”, un manuale di teoria e tecnica del cinema». In quegli appunti ha messo ordine, in vista di una futura pubblicazione, Andrea Mariani, docente di Teoria dei media a Udine, che sottolinea come dai manoscritti e dattiloscritti del 1941 e ’42, corredati da schizzi e disegni, venga fuori «la vastissima cultura cinematografica di Simon Mossa, soprattutto per quanto riguarda i registi non italiani». Una conoscenza non scontata, perché non era facile, allora, per i film stranieri superare la doppia barriera del protezionismo e della censura cinematografica fascista. Almeno nei cinema ufficiali.

Le cose, ha ricordato Mariani, cambiavano «all’interno dei Cineguf, i circoli del cinema presenti in tutta Italia. In questo circuito, che pure era stato creato dal Fascismo, si guardavano i film esteri e si discutevano le teorie cinematografiche di registi e teorici come Pudovkin, Balazs, Ejzenštejn». Ed è proprio grazie all’esperienza dei Cineguf che il futuro architetto si convince, come altri intellettuali europei, che il «cinema non può limitarsi a riprodurre il reale e a stimolare l’emotività degli spettatori, come facevano in genere i film italiani», spiega Antonello Nasone (Società Filosofica Italiana), ma deve far nascere una nuova consapevolezza estetica e morale .

C’è da dire che Antoni Simon Mossa non si limitò a riflettere e speculare sul cinema, ma si impegnò in prima persona in alcune produzioni di quegli anni. Nel 1942, inviato dall’Esercito a Cinecittà, lavorò come aiuto regista per “Bengasi” di Augusto Genina, vincitore della “Coppa Volpi” e della “Coppa Mussolini” al Festival di Venezia. Sempre nello stesso anno collaborò al film “La donna del peccato” del tedesco Harry Hasso, occupandosi anche dei dialoghi e degli schemi relativi alla disposizione della cinepresa e degli interpreti. Nella sua idea di cinema trovava posto anche la Sardegna. Nel 1940 aveva vinto, infatti, il Premio “Littoriale della cultura” per il soggetto del film “Vento di terra”, girato ad Alghero. Restò invece sulla carta un altro progetto in cui l’aveva coinvolto, ancora, Augusto Genina, e che avrebbe dovuto portare sullo schermo la faida di Orgosolo. Simon Mossa si documentò in maniera rigorosa non solo su feste, riti e usanze locali, ma anche sulle vicende processuali, però Genina, più interessato
ai risvolti sentimentali della vicenda, lasciò cadere tutto. Peccato, perché nelle intenzioni di Simon Mossa quello avrebbe dovuto essere il «primo vero film sulla Sardegna, destinato a riabilitare i sardi, trasformati troppo spesso dagli italiani in personaggi da operetta».



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