AUTUNNO DANZA 

Al Massimo la resistenza umana e sociale di Tapia Leyton

CAGLIARI. Entrato nel clou del cartellone con le affascinanti suggestioni di “Estasi” di Enzo Cosimi, il festival Autunno Danza ha offerto venerdì l’occasione di avvicinarsi al lavoro di un giovane...

CAGLIARI. Entrato nel clou del cartellone con le affascinanti suggestioni di “Estasi” di Enzo Cosimi, il festival Autunno Danza ha offerto venerdì l’occasione di avvicinarsi al lavoro di un giovane danzatore e coreografo cileno, componente dell’ensemble di Cosimi. Con un incontro e la presentazione del suo progetto di ricerca scenica “Tipologia della resistenza”, prodotto dalla stessa compagnia di Cosimi, Pablo Tapia Leyton, giunto in Europa tre anni fa dopo la formazione in Cile, ha portato al pubblico del Teatro Massimo le sue personali riflessioni sulla resistenza umana e sociale, in particolare quella che, racconta, ha sviluppato nei confronti del potere politico.

In una coreografia con una forte componente autobiografica basata sul vissuto del performer in Cile, giocata tra oscurità e tagli di luce al neon - modulo a più lampade modificato in scena nei vari quadri - il lavoro indaga sulle possibili reazioni dell’oppresso, da quella auto-delimitante, quasi masochista, che comporta uno sforzo reiterato ma senza vera ribellione, a quella ossessiva con venature isteriche che condanna ad una condizione di solitudine. Nell’oppresso prevale la continua sensazione di essere osservato, controllato, che porta alla fine ad auto-controllarsi e censurarsi.

Ma allenarsi a resistere crea la forza di combattere l’oppressione. Nato da un’insonnia creativa, una sorta di resistenza al riposare - racconta l’autore - il lavoro si nutre delle letture di Reich sulle quelle resistenze che segnano il corpo ed il carattere, e di Foucault. In scena insieme a Leyton un’altra componente dell’ensemble di Cosimi, la splendente Alice Raffaelli. A sorpresa, per quello che era nato come un assolo. Un incidente che ha causato la frattura dell’alluce non avrebbe infatti permesso al danzatore l’esibizione della coreografia in tutte le parti. Infortunio assai fruttuoso nel risultato e nell’opinione del coreografo che dall’esperienza di “passaggio di corpo” ha tratto la decisione di continuare il lavoro in coppia, apprezzando la forza del confronto, il chiedere e ottenere di farsi carico, la disponibilità all’immersione totale dell’altro corpo e la commistione, lo scoprire di essere due essenze vicine.

Altro elemento importante nel lavoro, presentato nella piccola sala M3 del Massimo, è la vicinanza col pubblico che ha permesso il passaggio di energie, il feedback, lo scambio degli sguardi. Nonostante l’infortunio, il coreografo si è mosso con energia ed efficacia, passando dal ruolo di regista e performer che prepara di volta in volta la scena, a quello di danzatore. Di grande forza e luminosità la prova – sorprendente se si pensa all’inserimento
in pochissimo tempo – di Alice Raffaelli, che nella scena finale, quasi un duello da samurai – trasforma un neon in una spada luminosa (omaggio al pop di “Star Wars”) per trafiggere ripetutamente e inesorabilmente il faro rosso del controllo, sguardo polifèmico del potere.



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