Il politico si fa poeta La raccolta di versi di Pietrino Soddu

“Il tramonto non dice sempre il vero” pubblicato da Edes Tra privato e pubblico sullo sfondo di un’isola che cambia

Il politico diventa poeta, ma forse lo è sempre stato, anche da ragazzetto, quando frequentava le scuole elementari a Benetutti, medie e ginnasio sotto Punta Tricoli e Selène ai salesiani di Lanusei («l’università di don Bosco in Ogliastra») e ancora il liceo nelle aule sassaresi dell’Azuni prima di diventare dottore in Giurisprudenza. Manlio Brigaglia, decano degli storici sardi e buon conoscitore di Soddu, dice che «la vocazione poetica era certamente giovanile ma si è poi espressa concretamente più tardi negli anni de senectute».

Con un po’ di sorpresa: perché parlare di senex è davvero una forzatura davanti a chi, pur essendo quasi alla soglia dei novant’anni, continua a divorare narrativa e giornali, a essere tra i sardi più informati, sicuramente il politico che legge di più, instancabile nel pubblicare libri, nel partecipare a convegni, nel transumare in Sardegna da Portotorres a San Giovanni Suergiu, nell’organizzare dibattiti proiettati al futuro. Sì, è il dinamismo fattosi uomo, con una marcia in più nella disincantata lettura dell’oggi. Afferra il “carpe diem” anche se scrive di tramonti, della fine di una giornata che potrebbe essere come il concludersi di una vita scandita più dai comizi che dai versi. Vanno lette le 121 pagine e le 57 poesie divise in tre capitoli (“Il cuore conserva tutto”, “La città sonnolenta” e “Le vite che viviamo”) della raccolta “Il tramonto non dice sempre il vero” pubblicata da Edes (euro10). Ricorrendo a un’immagine fra le più presenti nella letteratura di ogni Continente, il politico-poeta sa che quando il sole scompare «i più anziani si alzano dalle panchine per tornare a casa/ nascondendo sotto le vesti pesanti dell’inverno/ un cuore agitato». Esterna il suo scetticismo perché sostiene che neanche la vecchiaia dispensa sempre il meglio, dice che «il tramonto non dice sempre il vero». E scorge «un cielo striato di sangue» con «le nuvole appesantite dai lamenti» che «incombono minacciose sul paese affranto». Ma i versi di questa poesia (titolo: “La resilienza”) quando sono stati scritti? Sull’onda di un fatto di sangue sotto Punta La Marmora, quando «fratelli e sorelli rinchiusi/ in pensieri di morte e di sventura/ sentono che un antico orgoglio li chiama/ a vendicare l’offesa»? E non è una radiografia dei tentennamenti, degli smarrimenti universali dell’oggi descrivere «una nube invisibile/ e apparentemente leggera, ma inesorabile/ che copre la terra prima facendola diventare / sempre più calda e più arida/ e poi aggredendola con tempeste e diluvi»? Ma Soddu già sapeva che Donald Trump avrebbe stracciato a Taormina il patto sul clima siglato a Parigi da Barack Obama? Già immaginava tsunami meteorologici e sociali? Già vedeva le migrazioni e le tragedie nel Mediterraneo?

C’è la Sardegna, la civiltà pastorale e contadina della cavalla rubata, l’isola diventata industriale, google e wikipedia, ci sono anche «i sogni di caldi amplessi carnali». È la Sardegna di Soddu, quella vera e quella desiderata. Il pane? «Il grano nell’aia/ ha il colore del sole al tramonto/ diverso da quello portato al mulino». E la descrizione della città sonnolenta, che ci riporta alla rime di Dino Campana e Umberto Saba, di Guido Gozzano e perfino di Neruda? «Nella luce calante della sera/ la città sonnolenta/ si distende morbida e calda/ come un tappeto antico/ accarezzato dalla nuvole». Ma sta parlando di Sassari? O di Cagliari quando era presidente della Regione? O di Roma quando sedeva a Montecitorio? O, più semplicemente, tutto il mondo è paese? Anche in poesia, Soddu sta sul pezzo, sui temi etici.

Un titolo è “Accabadora”. «Ma non dite/ che per mettere fine all’incoscienza/ fosse più barbarico/ l’uso di un martello di legno/ di quanto sia staccare la spina/ a chi invoca senza parlare misericordia». Un altro recita “Forse qualcuno ci sta osservando” e dice: «Gli uomini credono di aver capito tutto della tecnica/ perché hanno inventato la radio/ l’e-book e l’iphone, le stazioni spaziali e i nano robot/ ma sottovalutano il fatto/ che quando il percorso finirà/ gli uomini potrebbero essere già tutti morti».

Versi di pessimismo? No. Pessimista Soddu non lo è mai stato e non lo è neanche adesso perché vuol vedere, anche caparbiamente, anche controcorrente, il divenire delle cose, alle acque stagnanti preferisce il mare agitato. Deve decidere «se sia meglio
rivoltarsi, rassegnarsi/ oppure andare avanti per cambiare/ lasciando da parte/ l’intero universo nel quale fino ad ora è vissuto/ tra ottimisno incosciente e angoscia dell’ignoto». Con un grande sogno: vedere un’ultima luce che «muovendo dai campi illumina i tetti di tegole rosse».

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