“Limba” e futuro: il nuovo ruolo di media e operatori

A Nuoro si è svolta la Conferenza regionale. Troppa distanza tra politica e addetti ai lavori

NUORO. Sono trascorsi tre anni dall’ultima conferenza della lingua sarda, eppure l’impressione che si è potuta cogliere ieri a Nuoro (e sarà replicata presto a Cagliari, Oristano e Sassari) - dove l’assessore regionale alla cultura Giuseppe Dessena ha voluto nuovamente radunare gli stati generali del sardo - è che il dibattito sia progredito ben poco. In particolare era ancora forte la percezione di “scollamento” tra classe politica e dirigente, prevalentemente fossilizzata su cliché duri a morire - come l’ostentata appartenenza a una determinata variante (spesso utilizzata come grimaldello per giustificare presunte difficoltà di reciproca comprensibilità tra sardi), o la persistente commistione (talvolta volutamente forzata) di lingua e cultura - e “addetti ai lavori”, che col sardo ci lavorano: operatori linguistici, produttori di programmi per tv e web, imprenditori.

Uno scollamento ancor più evidente ogniqualvolta a parlare erano le esperienze delle altre lingue cosiddette “minoritarie”. Come quella della Val di Fassa e della Ladinia, raccontata dalla giornalista Rai Anna Maria Mazzel e da Sabrina Rasom, responsabile dei Servizi linguistici e culturali del Comun general de Fascia, che hanno mostrato al pubblico dell’auditorium della biblioteca Sebastiano Satta un altro pianeta. Una realtà in cui la presenza di varianti dialettali differenti da valle a valle, peraltro suddivise tra più Regioni e Province, non ha impedito di attuare una politica linguistica seria e incisiva, in cui il ruolo dei mass media la fa da padrone. Così, ad esempio, in base a una convenzione con la Rai, vengono prodotte e trasmesse 100 ore di trasmissione tv in lingua ladina. Poche? No, se vengono trasmesse in orari cruciali e se viene privilegiata una programmazione qualitativamente elevata, fatta di rubriche che abbracciano i vari aspetti della vita quotidiana: sport, ambiente, gastronomia ecc. Se favoriscono, insomma, quella visibilità che consente al ladino (30mila parlanti, di cui il 90% lo parla come prima lingua) di essere parte integrante del “paesaggio linguistico”, su cui ha tanto insistito l’esperto di pianificazione linguistica Vittorio Dell’Aquila (autore, con Gabriele Iannàccaro, della bibbia della pianificazione linguistica Lingue, società e istituzioni). Non è un caso se, anche nell’intervento di ieri mattina, Dell’Aquila abbia smontato i luoghi comuni di “lingua e cultura” - «sono due cose che necessitano di legislazioni differenti» - e “varianti sarde” - «io ho capito tutti» - invitando la Regione alla scelta di una lingua per l’ufficialità, per la comunicazione istituzionale, e lasciando alle singole varianti (la lingua del cuore), tutti gli altri campi: come i mass media e, ovviamente, la letteratura. E proprio i media per Dell’Aquila saranno decisivi affinché anche il sardo entri finalmente nel famoso “paesaggio acustico”, a patto che si punti su programmi “normali”. «Se la Regione Sardegna _ ha provocato Dell’Aquila, rivolgendosi all’assessore Dessena _ facesse con il Cagliari Calcio quello che la Catalogna ha fatto con il Barcellona, acquistando i diritti di trasmissione delle partite e scegliendo di trasmetterne le telecronache interamente in catalano, sarebbe un gran bel passo in avanti».

Per la verità anche in Sardegna, ultimamente e timidamente, qualcosina si è mossa. Lo ha ricordato con comprensibile orgoglio il moderatore della conferenza, Luciano Piras, quando ha ricordato la pagina domenicale de La Nuova Sardegna: “Limbas 3.0”. O come ha dimostrato l’esperienza di Eja Tv di Tore Cubeddu, capace di far confrontare il sardo con la contemporaneità e svecchiandolo dagli orpelli folcloristici in cui, spesso e volentieri, si tende a relegarlo. Cubeddu ha invitato la Regione a modificare i criteri di finanziamento ai media (che hanno innescato la corsa ai programmi in sardo solo per avere i contributi, a discapito di qualità e incisività), magari contemplando categorie nuove, come il web, finora escluso a favore del solo digitale terrestre. Da Nuoro è arrivata un’altra esperienza davvero confortante per il futuro del sardo (il titolo della conferenza giocava proprio su questo concetto). L’ha raccontata l’imprenditore Daniele Mele, che nella sua catena di piccoli market ha introdotto l’etichettatura dei prodotti in sardo comune e nuorese (“tamata a burdone”, “càule a foza”, “casu berbechinu”), creando addirittura prodotti a marchio (birra Nugoresa), utilizzando un packaging accattivante e moderno.

Intanto il dibattito sulla proposta di legge in Consiglio regionale, primo firmatario Paolo Zedda
dei Rossomori, è ancora aperto. «Per andare oltre l’ormai superata legge 26 _ spiega Zedda _ puntiamo sulla creazione di un’agenzia che abbia il ruolo di regia unica, e su un coordinamento per l’insegnamento (s’obreria), con programma scritto dai responsabili di Regione e Ministero.

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