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«Quel filo che lega i sardi con i baschi»

Centinaia di vocaboli simili nello studio di Elexpuru Arregi. Tante affinità linguistiche. Due paesi con i nomi uguali: Aritzo e Aritzu. Ma anche Uri e Aristanus. L’agrifoglio in sardo, galostiu, in basco è gorostoi

SASSARI. Già nel 1931 Max Leopold Wagner ritrovò voci che risalivano a prima dell’avvento del latino nel sardo. Tra queste vocaboli del basco; una lingua sopravvissuta alla conquista della Spagna da parte di Roma. Il basco è una lingua parlata nelle regioni spagnole nord-occidentali della Navarra e dei Paesi Baschi, a circa 1500 chilometri dalla Sardegna.

Gli archeologi, inoltre, hanno rinvenuto antichissime ceramiche di origine iberica in diversi siti dell’isola, e gli storici romani parlavano di affinità di costumi tra gli Ilienses e i Bàlari, i più antichi abitanti della Sardegna, e le genti iberiche. Lo studioso Eduardo Blasco Ferrer aveva avanzato l’ipotesi che nel Mesolitico (dal 10.000 all’8000 a.C) vi fosse stata una migrazione dall’area iberica, che popolò la Sardegna.

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Proprio dagli studi di Ferrer parte il nuovo volume di Juan Martin Elexpuru Arregi, scritto in basco: “Euskararen aztarnak Sardinian” (Tracce della lingua basca in Sardegna), ed. Pamiela, Iruña/Pamplona. Elexpuru Arregi ha ritrovato centinaia di nomi di località simili, se non uguali, ai toponimi sardi. Lo studioso spiega la sua ricerca.

Nel suo studio si prendono in considerazione per la prima volta anche iscrizioni romane?
«Ho studiato due in pietre miliari romane, una del nuraghe Aidu Entos di Mulargia che reca la scritta: “Iliivrin Nuracsessar”. Potrebbe essere, tradotto in basco arcaico, “nuraghe zahar” cioè “vecchio nuraghe”, e tutta a la frase: “il vecchio nuraghe sotto giurisdizione degli iliensi”. Poi ho trovato “Uddadhaddar” a Cuglieri. Nome di una tribù che suona basco. Uda è “estate”, e -dar o -tar è un gentilizio che si pone prima del cognome. Ma il significato rimane oscuro. Altri nomi nelle incisioni e nei testi latini con equivalente basco sono: Aristo, Aristianus, Bostar, Turi, Urro, Urseccu. Nella toponomastica romana, Lessa e Sorabile sono forse i più chiari, e c’è una dozzina di nomi abbastanza simili nei Paesi Baschi».

Quali sono le radici più significative della lingua basca che ha ritrovato nel sardo?
«Ho individuato più di sessanta suffissi eguali o molto simili tra i toponimi delle due aree: -aga, -ai, -ara, -ate, -be, -bila, -di, -erri, -gana, -iri, -ili, -ola, -tza, -tzu, -uri. Tra le radici, sono molto numerosi i nomi dei luoghi legati all’acqua; in basco “acqua” è ur. Fiume Uri, Funtana Urzei, Pischina Urtadala, il comune di Uri. Palude è idoi in basco e idile in sardo. Anche nomi di piante: c’è il paese Aritzu nel Paese Basco, e Aritzo in Barbagia. Aritz significa “quercia” in basco. L’agrifoglio è gorosti in basco e golostiu nella Barbagia. Ho trovato quasi quaranta parole più o meno coincidenti nel lessico basco e nella lingua sarda romanza di origine latina. Attirano l’attenzione i molti monti con il componente oro in Sardegna, come nei Paesi Baschi. Forse una parola antica che ha poi influito anche sul vocabolo più moderno. In greco oros è anche “monte”. Sono centinaia le radici presumibilmente comuni».

Qual è l’area dell’isola in cui è più densa la percentuale di toponimi di aspetto basco?
«La Barbagia, in particolare la Barbagia d’Ollolai, un 15% del totale, secondo un calcolo approssimativo. I cinque paesi più “baschi” sarebbero Olzai, Urzulei, Orune, Orgosolo e Mamoiada. Secondo i miei calcoli basati in un database di cinque mila toponimi di “aspetto basco certo”, questo sarebbe il panorama: Nuoro 11%, Ogliastra 8,5%, Sassari 8%, Olbia-Tempio 6%, Oristano 6%, Medio Campidano 5,5%, Cagliari 5,5%, Carbonia-Iglesias 3,5%».

Esistono dei toponimi coincidenti del tutto o quasi con quelli baschi?
«Sí, moltissimi. Ho fatto una lista di più di 350 nomi coincidenti totalmente o quasi. Nel libro c’è una mappa con questi toponimi, e ho pubblicato anche una poster della Sardegna e dei Paesi Baschi con i nomi di luogo che coincidono».

In che modo ha condotto la sua indagine in Sardegna? Quali strumenti ha usato?
«Ho avuto una relazione abbastanza fluida con Eduardo Blasco Ferrer. La sua morte è stata una grande perdita. Lui è il padre della teoria, gli devo molto. Ho visitato l’isola tre volte, ho parlato con esperti e dilettanti, sono stato nei luoghi che hanno lo stesso nome e letto tutto quello che ho trovato sul tema. Ma soprattutto il sito Sardegna Geoportale, della Regione Sardegna è stato di grande aiuto. Un sito fantastico. Devo ringraziare chi lo ha creato».

Quali sono le caratteristiche che accomunano il sardo e il basco?
«C’è l’uso delle vocali davanti alle parole che iniziano con R: in sardo centrale e campidanese le parole latine rosa e rota (ruota), rubeus (rosso), risum (riso) sono diventate arrosa/orrosa, arroda/orroda, orrubiu/arrubiu, errisu. Questa caratteristica si trova anche nel basco odierno. I miei genitori chiamavano sempre Rafael “Errafael” e Rufino “Aurrufino”. Pronunciavano la R iniziale solo con parole moderne come “radio”. In parole provenienti dal latino anche in basco si dice arrosa “rosa” o arrasto (arrastu in sardo). E errota (da rota “mulino”) o errege (da regem “re”)».

Esistono altre coincidenze tra sardo e basco?
«Non c’è il suono V in basco e in sardo, al contrario, della maggioranza delle lingue indoeuropee. Il basco e il sardo comportano il suono TZ, il quale non esiste nelle lingue che le circondano».

Sardo e basco sono entrambe minoranze in pericolo di estinzione. Qual è attualmente lo stato di salute del basco?
«Anche la situazione del basco è precaria. Solo il 35% della popolazione lo conosce e l’uso è ancora minore. Ma grazie alla scuola si va lentamente recuperando. Più o meno il 70% dei studenti pre-universitari studia in basco. C’è una radio e un canale televisivo pubblico in basco e molte riviste locali. Si pubblicano circa di 200 libri all’anno. C’è speranza, ma non è facile lottare contro le lingue dominanti, lo spagnolo al sud e il francese al nord, e contro la globalizzazione la sopravvivenza non è assicurata».

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