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Omero Antonutti: «Quanta nostalgia ritornare a Baddefrustana»

Omero Antonutti: «Quanta nostalgia ritornare a Baddefrustana»

L’attore nei luoghi di "Padre Padrone" per il documentario di Naitza “Dalla quercia alla palma”

NUORO. «Pone sa crapa in sa tanca, metti la capra dentro il recinto, dentro il terreno, questa frase in sardo l’avevo imparata bene, eh. Per imparare meglio la lingua, registravo sempre la parlata dei pastori». Ottantadue anni portati con leggerezza, voce impostata di chi ha alle spalle un’intera vita trascorsa tra palchi teatrali, cinema e doppiaggio, l’ironia di chi ha imparato a prendere la vita così come viene: Omero Antonutti è il “padre padrone” per antonomasia. L’attore che 40 anni fa, nel film dei fratelli Taviani premiato al festival di Cannes e tratto dal celebre libro dello scrittore sardo, Gavino Ledda, ha interpretato il ruolo scomodo del genitore dispotico. Un ruolo che gli ha dato tanta notorietà, dice, ma che a lungo gli è costato anche l’antipatia manifestata da molti sardi, e l’esilio forzato dal mondo del cinema che per anni ha continuato a identificarlo come “il pastore sardo”.

In questi giorni, l’attore friulano è tornato in Sardegna per assistere, nell’auditorium dell’Isre di Nuoro, alla proiezione del film-documentario “Dalla quercia alla palma. I 40 anni di Padre padrone”, del regista Sergio Naitza. Un docu-film che attraverso ricordi, frammenti e aneddoti degli attori e comparse di 40 anni fa, ripercorre il lavoro dei Taviani e lo trasforma in una esperienza collettiva. E per Antonutti il ritorno in Sardegna, il passaggio, dopo tanti anni, a Baddefrustana nei luoghi di “Padre padrone” è l’occasione per rileggere quella straordinaria avventura in terra sarda del ’77.

Come è stato, a distanza di 40 anni dal film dei fratelli Taviani, ripercorrere le stesse campagne, rivedere la Sardegna e le comparse dell’epoca?

«Pensavo che mi sarei commosso, che avrei nostalgicamente percorso tutto questo viaggio che ho fatto. Pensavo di soffrire un po’ di nostalgia e invece l’incontro con il paesaggio, con i resti dell’ovile dove ho trascorso il tempo delle riprese nel ’77, invece di darmi tristezza o ricordi, mi ha dato una specie di gioia, ma non perché il tempo è passato, ma perché ho visto un paesaggio diverso, molto più bello, Dell’ovile sono rimasti soltanto i ruderi. C’era una pietra che era l’ingresso dell’ovile. E nel vederla ho ripercorso le cimici che mi hanno rosicchiato all’epoca, le ho sentite anche di notte».

Quanto sono durate le riprese del ’77? Per quanto tempo siete rimasti in Sardegna e l’avete vissuta come pastori, tra campagne e ovile?

«Le riprese del ’77 erano durate circa un mese. Ma per preparare il film sono venuto anche prima, in Sardegna, per abituarmi all’idioma sardo. Perché un pastore, soprattutto all’epoca, penso che parlasse solo sardo. E ho imparato a memoria alcune frasi. “Pone sa crapa in sa tanca”, nel recinto, no, si dice così?».

E in questo percorso ha incontrato le comparse dell’epoca: che fine hanno fatto?

«Quella che era mia figlia nel film è diventata preside di una scuola, penso a Sassari. E poi mio “figlio” è geometra. Questo sì, mi ha emozionato, perché avere figli sparsi per il mondo, mi ha fatto sentire come se fossi tornato in patria. E ritrovare miei figli. Non ci eravamo più sentiti dall’epoca, mai più. Per cui è stato emozionante ritrovarsi, è stato come se avessi ritrovato persone nuove».

Che Sardegna ha trovato adesso, durante le riprese del documentario di Naitza?

«Ho trovato una Sardegna ripulita in un modo incredibile. Il paese sardo, Cargeghe, quello dove avevamo girato 40 anni fa, l’ho trovato tutto dipinto. Ma in generale ho trovato una Sardegna ripulita anche nelle strade, e poi tutti i bar moderni. Ricordo che c’era un bar dove si andava prima delle riprese, nel paese, nel centro, era aperto anche alle 7 del mattino o anche prima forse. E un giorno, durante le riprese, andai a prendere al caffè, e mi diedero anche da bere del fil’u ferru. Ricordo che sono entrato, ho preso un caffè, e poi un pastore del posto mi offrì il famoso filu ’e ferru. Alle 7 del mattino. Io di nascita sono friulano, quindi non sento niente, sono abituato. Ma certo, alle 7 del mattino ...».

Qual è stato il primo impatto con la Sardegna e con i sardi all’epoca del film dei Taviani? «Io di sardo non avevo niente ma volevo imparare tutto, in particolare la lingua. Così venni qui in Sardegna con un registratore per allenarmi a sentire le voci. E registrai un pastore. Poi incontrai sua moglie, venuta a riprenderlo dopo le riprese. Io stavo vicino all’ovile, e lei dice “Vieni a casa, è pronta la cena”, e io le dissi “Ma lei è la moglie?”, e allora le feci una specie di intervista e poi le feci risentire quello che aveva detto e non le sembrava vero: si è messa a ridere come una pazza. Ha riconosciuto la sua voce e ha cominciato a ridere: non aveva mai sentito la sua voce al registratore. Eravamo nel ’77».

Che Sardegna ha conosciuto, allora?

«Era una Sardegna diversa da oggi, allora c’erano davvero gli ovili in pietra, c’erano giacigli duri, pesanti, io non so come riuscivano a dormire lì. Noi poi eravamo gente di città. Noi stavamo a Sassari, in albergo e andavano in campagna per le riprese. Il problema era lavorarci di giorno e pensare a quello che Gavino Ledda aveva scritto nel suo libro. Non c’è stato niente di inventato. I Taviani, invece di raccontare una storia singola, il rapporto di un padre con il figlio, hanno raccontato una storia al plurale. Hanno raccontato non solo la storia di una famiglia, ma di tanti ragazzi e di tanti pastori, ed è quello che racconta il libro».

Il ruolo che lei ha interpretato, quello del “Padre padrone”, all’epoca è stato molto discusso. Le ha dato qualche problema oppure è stato di aiuto alla sua carriera?

«Nessun problema, l’unico è che per due anni, dopo Padre padrone, io non ho lavorato, perché l’ambiente del cinema non mi conosceva. Io nasco attore di teatro. Nel cinema pensavano che io fossi un pastore sardo vero: ecco perché non mi facevano lavorare. Mentre io quelle tre o quattro frasi in sardo che sapevo, le avevo imparate per lavoro a memoria. Pone sa crapa in sa tanca: eccone una che mi è rimasta impressa».

Il film dell’epoca, in Sardegna, aveva sollevato molte polemiche. Una parte di sardi diceva che il film descriveva una Sardegna non corrispondente al vero...

«Quelli che hanno sempre protestato, sbagliavano. La storia del libro non l’abbiamo inventata noi, ma l’ha scritta un sardo, e c’è da crederci. I Taviani avevano scoperto da un giornale di Roma che un sardo aveva raccontato in un libro la sua storia, da bambino. Prima del 1977 succedeva questo. Ma non era una storia sulla Sardegna, ma una storia sull’uomo. Quando un uomo proibisce a un altro uomo, in questo caso un ragazzino, di apprendere cultura, produce una violenza sostanziale per l’educazione, per la crescita di questo ragazzino che un domani sarà uomo. Gavino Ledda ha raccontato una storia universale. Non a caso il film ha avuto un successo mondiale. Per esempio, quando ho incontrato una mia

amica, in America, mi ha detto: “Ah, ma sai che queste cose succedono anche da noi”. E io “Ma come sarebbe? Da voi non esistono i pastori sardi”. E lei “Ma no, esistono i cavalli. I bambini vanno a cavallo. E ogni nazione ha i suoi problemi con i bambini”».


 

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