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Con il crollo dell’industria e la crisi della pastorizia una Sardegna senza bussola

Si accentua lo squilibrio tra Nord e Sud della regione e i piccoli paesi si svuotano «I ceti dirigenti non sembrano capaci di trovare soluzioni: serve una scossa» 

Ora che c’è la crisi, la Regione, che per i sardi è lo Stato in piccolo, anzi in concreto, non ce la fa più a governare quello che succede. La sua classe dirigente, che pure ha «regalato» all’Italia, come dice la gente, due presidenti della Repubblica, non sembra capace di fronteggiare il presente: i consiglieri della legislatura precedente non hanno ancora finito i processi per il malo uso dei fondi ai gruppi.

VINCE CAGLIARI. L’isola «galleggia» intorno ai suoi due centri maggiori, Cagliari (154.460 residenti nel 2016, ma 454.460 nella città metropolitana: Quartu Sant’Elena, 71.125, terza città dell’isola, le è ormai attaccata) e Sassari (127.525): Cagliari, che può meglio utilizzare le armi di difesa della Regione, ha vinto la secolare battaglia per il primato isolano. Oggi il reddito sardo pro capite (19 mila e 500 euro nel 2016) è appena sopra la media di quello meridionale e ben al di sotto della metà di quello del Centro Nord, e quanto al Pil, dice l’Istat, il risultato dell’anno scorso è stato il più negativo (insieme con quello della Valle d’Aosta) tra le regioni italiane. Questo trend è cominciato già prima della fine del secolo scorso, annunciato da una ripresa dell’emigrazione e più ancora dalla chiusura di una serie di fabbriche, che sembravano bilanciare la fine dell’industria mineraria. Una vera e propria dissoluzione del breve periodo di un’industria che ai tempi della monocultura petrolchimica (fra l’inizio dei Sessanta e la fine dei Settanta) pareva connotare il paesaggio allo stesso modo dei settemila nuraghi che sono, loro sì, l’immobile brand della geografia isolana. Mentre scrivo queste righe, arriva sul tavolo «La Nuova Sardegna», il quotidiano sassarese fondato dalla borghesia progressista, mazziniana e cavallottiana della città nel 1891. Ne cito i titoli di oggi: Polo energetico addio, chiude l’ultima centrale; nella pagina a fronte: Minatori di Olmedo (bauxite) nuova doccia fredda: l’impianto non riparte; in prima: Aeroporto di Alghero, ora si licenzia. E con Ryanair in fuga restano migliaia di posti da riempire negli alberghi a bocca di mare.

INDUSTRIA IN CALO. Il dato più impressionante è il calo degli occupati nell’industria, ridotti a 90 mila già nel 2015, il 17% della forza lavoro isolana (565 mila occupati) contro il 34% di trent’anni fa. Il terziario, che ha i suoi focolai soprattutto nei centri maggiori, si gonfia oltre le medie italiane con supermarket sovrabbondanti e salari da poveri. L’agricoltura resiste soprattutto nel settore della pastorizia: la Sardegna ha oggi 3 milioni di pecore, e non so se sono solo quelle «residenti» in Sardegna oppure anche quelle che i pastori sardi, emigrando col gregge, già dal volgere degli anni Cinquanta del secolo scorso hanno portato nell’Italia centrale. Loro, i pastori, invece diminuiscono: dal 1980 al 2010 sono passati da 19.750 a 12.700 e sono scomparse quasi 7 mila aziende pastorali.

PASCOLI E PECORE. Ma oggi anche la pastorizia è in crisi, pur avendo risolto in gran parte il suo più grosso problema, il millenario nomadismo. Ogni pecora, allevata allo stato brado, quando scendeva dalle montagne centrali alle pianure, camminava mangiando ettari di erba negli openfield che erano, praticamente, tutta la Sardegna: di qui una perenne lotta fra pastori e contadini che, diceva Alberto Lamarmora nel primo Ottocento, quando era scomparsa in tutta Europa ancora continuava da noi. Lo stesso governo piemontese, cercando di creare anche nell’isola una proprietà «perfetta» (come si diceva) della terra per metter su un po’ di borghesia magari assenteista ma comunque legata alla monarchia, fece nel 1820 una legge che finalmente agevolava tutti i proprietari di terra che volessero, cingendola di «muro, fosso o siepe», difenderla dal passaggio devastante delle greggi.

TERRA E LATTE. Ora, dicevo, quel problema è praticamente risolto: nel 1969 il Parlamento dava vita a una Commissione parlamentare d’inchiesta, presieduta dal senatore Giuseppe Medici, che nelle sue conclusioni (1972) proponeva la creazione di un «monte pascoli» di 200 mila ettari, dove «stanzializzare » buona parte dell’esercito ovino. Era forse la novità più rivoluzionaria proposta dalla Commissione che, mandata in Sardegna con il compito di studiare soprattutto i fenomeni di criminalità e di banditismo e le misure per combatterli, aveva compreso come il nomadismo pastorale e la necessità per il pastore di vivere da solo in campagna avessero creato una popolazione di diverse migliaia di uomini esposti al ricatto dei banditi o, in particolare, all’obbligo di custodire le vittime nella terribile stagione dei sequestri . In realtà, il «monte pascoli» non passò mai dalla carta al territorio perché contemporaneamente la legge De Marzi-Cipolla, modificando il regime degli affitti rustici, rendeva più facile l’accesso alla proprietà dei terreni e incoraggiava i vecchi rentier a disfarsene a prezzi convenienti. Ma siccome – dicono gli aruspici – la pastorizia non sa vivere senza crisi, ecco che il dimezzamento del prezzo del latte ha complicato l’intero problema.

PAESI DESERTI. Del generale malessere di cui soffre oggi l’isola l’immagine più clamorosa è il veloce aumento dei piccoli comuni in pericolo di spopolamento: 31, molti dei quali hanno soltanto vecchi, donne e, con l’obbligato accorpamento delle scuole, bambini solo al pomeriggio. Un istituto di osservazioni demografiche calcola che degli attuali abitanti dell’isola (1.658.138 al censimento del 2016), nel 2080 ne resterà solo appena più d’un milione, regalandoci in cambio il primato della più bassa densità di popolazione in tutta Europa (dopo l’Islanda, meno male). L’anno scorso avevamo anche 464 ultracentenari: l’isola più vecchia del mondo, perché a Okinawa, la nostra concorrente, quasi tutti i vecchi non sanno quando sono nati.

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