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L’arte nelle copertine che hanno fatto storia

L’arte nelle copertine che hanno fatto storia

È la musica che parla prima agli occhi che alle orecchie. La copertina di un vinile long playing è un quadrato con 30,5 centimetri per lato, quella di un cd è grande 12 centimetri. Questo è il primo...

È la musica che parla prima agli occhi che alle orecchie. La copertina di un vinile long playing è un quadrato con 30,5 centimetri per lato, quella di un cd è grande 12 centimetri. Questo è il primo dato che salta agli occhi se vogliamo cercare l’epoca d’oro della cover art. L’incontro tra Peter Blake e i Beatles per Sgt. Pepper’s è un momento fondamentale della relazione tra arte e musica. Un incontro che sottolinea proprio l’aspetto unitario, che travalica il “prodotto” musicale per diventare manifesto di tutto un “movimento”. L’album diventa un oggetto il cui acquisto, prima dell’ascolto, è la dichiarazione di appartenenza alla controcultura. Visione che si può ritrovare nei lavori di Martin Sharp (che arrivano dal flower power dei Sessanta) per i dischi e i poster di Jimy Hendrix e Bob Dylan, quella per gli album dei Cream di Eric Clapton, la copertina della bibbia lisergica di Timothy Lear.

Nel ’69 Andy Warhol riceverà la commessa per l’artwork di “Sticky fingers” direttamente da Mick Jagger: «Fa come credi», dice la rockstar e la factory si mette subito al lavoro proponendo l’iconica lampo dei jeans che si apre sulla biancheria intima. Bella idea ma difficile da realizzare, la chiusura lampo (vera) si incastra quando gli album vengono impilati e la grafica viene semplificata. Warhol qualche anno prima, per i Velvet Underground, aveva inventato un’altra cover complicata. La famosa banana con un adesivo che permetteva di “sbucciarla” facendo apparire il (malizioso) frutto rosa (nella foto). Fu inventata una macchina da stampa apposita, ma anche in questo caso la grafica fu resa essenziale per i costi altissimi di produzione.

Nei Settanta, epoca d’oro degli album, la collaborazione tra artisti e musicisti è continua. Uno dei momenti più fertili è l’incontro tra lo studio Hipgnosis di Storm Thorgerson e i Pink Floyd. Artwork potenti dove il senso metafisico di straniamento delle musiche e dei testi della band viene raggiunto con l’uso della fotografia.

Thorgerson unisce la potenza essenziale della grafica – la piramide di “Dark Side of the Moon” o delle semplici mucche come in “Atom Heart Mother”– per esempio, con set fotografici complicati che possono prevedere perfino uno stuntman avvolto dalle fiamme come in “Wish You Were Here”.

Anche oggi l’arte
continua a parlare sulle copertine dei dischi. L’esempio più bello degli ultimi anni è sicuramente l’album postumo di David Bowie “Black Star” curato da Jonathan Barnbrook, una cover che rivela nel tempo misteriose immagini e simbolismi a seconda della luce in cui viene guardata.

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