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«Pop, jazz e ottima cucina La mia notte è un dirigibile»

«Pop, jazz e ottima cucina La mia notte è un dirigibile»

L’autore dell’album cult “Un sabato italiano” si racconta prima della tournée in Sardegna 

L’equilibrista in bilico sul fine settimana ha smesso di farlo da un po’. Tuttavia quello sbarbatello che negli anni Ottanta campeggiava sulla copertina di un disco cult con indosso la maglietta dei Frankie goes to Hollywood, habitué di night e di tour felliniani ad alto tasso alcolico, adesso avrà pure qualche ruga e qualche chilo in più, ma non ha certo perso il sanissimo vizio di fare musica. «In realtà la mia vita è sempre in movimento», precisa lui sghignazzando. E infatti Sergio Caputo, classe 1954, non solo continua a riempire i jazz club di tutta Italia proponendo il meglio del suo repertorio, ma recentemente ha anche iniziato un sodalizio artistico con Francesco Baccini sfociato in molti live e persino in un nuovo album dal titolo “Chewing gum blues”, uscito nell’ottobre scorso. Finito? Macché. Dopo aver fatto sold out al mitico Blue Note di Milano un mese fa, nei prossimi giorni sbarcherà in Sardegna con la sua chitarra accompagnato dal basso di Fabiola Torresi e dalla batteria di Alessandro Marzi. Tre date: il 25 gennaio all’I’m di Carbonia, il 26 al Birdland di Sassari e il 27 al Bflat di Cagliari.

Nato e cresciuto nella capitale, Caputo inizia la sua carriera artistica verso la fine degli anni Settanta al Folk Studio, il locale di Roma in cui si è formata parte della musica d’autore italiana. Pubblica anche un disco, “Libertà dove sei”, ma è solo nel 1983 che arriva al successo con l’album “Un sabato italiano”, diventato sin da subito mitico. Lo stile affonda le radici nel jazz e spazia nei ritmi latini, con l’uso insolito e innovativo del linguaggio letterario, che a sua volta attinge dal quotidiano e dalle nevrosi metropolitane. Non stupisce che i suoi testi siano spesso proposti agli studenti universitari come esempio di poesia contemporanea.

Caputo, lei compare all’improvviso in tivù nel programma “Mister Fantasy” e in pochi mesi tutti gli italiani scoprono che i cantautori non sono soltanto quelli super impegnati degli anni Settanta, ma c’è anche chi scrive bellissime canzoni su basi pop-jazz. Una rivoluzione. Come ha vissuto quella celebrità così repentina?

«L’ho vissuta distrattamente. Nel senso che avevo un altro lavoro, molto gratificante, e la musica per me era più che altro lo sfogo di una grande passione. Certamente non avrei mai pensato di diventare famoso. Poi in realtà il successo non arrivò nel giro di pochi mesi, ma addirittura nel giro di pochi giorni. Ricordo che già dopo una settimana dalla mia apparizione in televisione le persone cominciavano a fermarmi per strada. E io faticavo a capire che cosa stesse succedendo».

Lei all’epoca faceva il pubblicitario.

«Sì, ero art director alla McCann-Erickson, la più grossa agenzia pubblicitaria del mondo, e continuai a fare quel mestiere ancora per un anno. Andavo regolarmente in ufficio, amavo quel lavoro e con grande probabilità ero destinato a una brillante carriera da direttore creativo. I problemi arrivarono quando mi chiesero di andare in tournée. All’inizio pensai di prendere delle ferie, poi mi resi conto che non era possibile e fui costretto a fare una scelta drastica».

Come la scoprì Carlo Massarini?

«Di Mister Fantasy Massarini era più che altro il frontman, il presentatore. La vera anima del programma era Paolo Giaccio, al quale per fortuna arrivò la cassetta con i miei provini. Poi si rivolse alla casa discografica e disse: “Se a questo qui gli fate fare un disco io gli produco un video per ogni traccia dell’album”. Andò esattamente così».

Dopo ha fatto tanti altri dischi abbandonando le case discografiche. Pentito?

«Pentito no. Anche se essere indipendente è dura, nel senso che ti manca un appoggio importante a livello di promozione e post produzione. Chi sceglie questa strada deve sapere che automaticamente perde visibilità, al punto che magari pubblichi molti album e la gente invece pensa che tu abbia smesso di suonare».

Lei avrà anche perso visibilità, ma ogni volta che fa un concerto i locali sono pieni.

«Va detto che nel frattempo i media sono molto cambiati. Tuttavia ora come ora lanciare un esordiente senza quei supporti di cui parlavo prima non sarebbe affatto facile».

I talent show la incuriosiscono o la infastidiscono?

«Né l’uno né l’altro. Quando vivevo negli Stati Uniti ho visto nascere e spegnersi “American Idol”, “America’s Got Talent” e così via. Per me sono finiti. Quello che forse continua ad appassionare il pubblico è la gara, o meglio quei secondi di suspense in cui si decide l’eliminazione o no di un concorrente».

Che Paese c’era nello sfondo di “Un sabato italiano”?

«C’era un’Italia che si stava riprendendo dallo choc degli anni Settanta, con i suoi conflitti politici, i suoi attentati. Ma al di là del riflusso e della nuova tendenza a voler mettere da parte le canzoni di rabbia, io ho cercato di fare testi impegnati letterariamente. Del resto la musica serve a far stare bene le persone, non a farle stare male».

Si è mai sentito prigioniero di quell’album?

«Sino a metà della mia carriera un po’ sì, poi ho fatto tante altre cose...».

Che società ha scoperto in quei dodici anni passati negli Stati Uniti?

«Gli Usa sono un altro mondo, c’è tutt’altra maniera di vedere le cose. Bisogna viverci per capirlo. Musicalmente sono la patria di quasi tutto ciò che ascoltiamo, all’Italia è rimasta l’opera e una certa musica popolare come il liscio».

Da ragazzo che musica le piaceva?

«Quella che c’era: De Gregori, Battisti, Baglioni. E anche i Pooh, per me uno dei migliori gruppi pop in Europa».

In America ha cominciato a suonare lo smooth jazz.

«È un tipo di jazz fruibile, più facile da ascoltare rispetto al jazz puro: non è fatto soltanto per gli intenditori, ma anche per chi vuole semplicemente svagarsi. Gli esempi artistici sono George Benson, Norman Brown e Kenny G».

Adesso che cosa propone?

«Faccio pop-jazz, il mio genere, con tutti i miei brani che la gente ama sentire più alcune chicche. C’è una buona dose d’improvvisazione: sul palco ci divertiamo tantissimo».

È vero che adora cucinare?

«Sì, mi
piace molto. Ma tutti questi programmi sugli chef sono insopportabili. I cuochi devono stare in cucina, non in televisione. È anche per questa moda che ultimamente nei ristoranti si mangia male».

Vino frizzante o fermo?

«Fermo. E rigorosamente bianco».



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