docufilm 

Mereu in corsa per il David di Donatello

LANUSEI. Ricciai per salvarsi la vita. L’ambizione del regista ogliastrino Pietro Mereu dice David di Donatello. L’ultima fatica dell’eclettico artista ogliastrino profuma di mare e salsedine ed...

LANUSEI. Ricciai per salvarsi la vita. L’ambizione del regista ogliastrino Pietro Mereu dice David di Donatello. L’ultima fatica dell’eclettico artista ogliastrino profuma di mare e salsedine ed entra dritto dritto nei lavori in concorso per il rinomato premio cinematografico italiano, alla sezione “documentari”. Votazioni aperte dal 9 al 31 gennaio.

“Il clan dei ricciai” – questo il titolo dei settanta minuti targati Mereu – viaggia accompagnato dalla significativa locandina a firma dell’artista di San Gavino Monreale, Giorgio Casu: grigio il mare, spumeggianti le onde, metafora che aderisce perfettamente all’esistenza tempestosa di chi, come i ricciai, in quelle acque – all’ombra della Sella del diavolo, nel Golfo che però è “degli angeli” – tagliano il vento, respirando l’aria che canta loro una nuova possibilità. E la donna (sirena?) dal cuore di carne e dalle ancore tatuate sulle mani, con la lunga coda di pesce a guardare, o a voltare le spalle, a un mondo (dis)incantato che urla un solo bisogno: vivere.

«Quello dei ricciai – spiega Pietro Mereu – è un lavoro estremamente duro. Lo è stato fin da quando è iniziato, negli anni ’60, a Cagliari, profondamente dettato dall’esigenza di chi, uscendo dal carcere, spera di trovare una possibilità di sopravvivenza, di salvezza. Uomini che ho conosciuto per caso, nel set di un film indipendente, dove facevo la parte dello spacciatore. Un mondo che mi ha incuriosito e affascinato in maniera totale. Ho fatto amicizia con Gesuino Banchero, una sorta di leader carismatico dei ricciai, a cui proposi qualche tempo dopo di fare un lavoro sulla sua storia e quella di altri colleghi».

Progetto da subito accolto e sostenuto da Nicolas Vaporidis e la sua Drive production, insieme ai soci Matteo Branciamore, Primo Reggiani e Eros Galbiati. A suo agio nell’indagare vite e radici in profondità, Mereu riesce a interpretare il linguaggio del documentario, pennellandolo di leggerezza senza mai scadere nella superficialità, rendendo incredibilmente nitido lo spaccato che rappresenta: Cagliari, città di mare e di pescatori, animo borghese che tenta di nascondere storie
di «uomini che vivono situazioni estreme». Andrea, Massimo, Bruno, Gesuino, Joe. I nomi, i volti, la musica di queste vite che il mare ha accolto e che ogni giorno rimanda a terra. A Mereu il merito di averle raccolte, di averle restituite nella loro autenticità sofferta.



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