Il Premio Salani va a “L’uomo con la lanterna”

«L’avventura di mio zio nella Cina degli anni Trenta», Francesca Lixi parla del suo documentario scritto con Wu Ming 2

TRIESTE. «Il sogno è il primo genere letterario dell’umanità. Nel sogno siamo registi, attori e spettatori delle vite immaginarie che ci sono state narrate e di quelle che andiamo a comporre». Si apre con questa frase di Remo Bodei il documentario di Francesca Lixi “L’uomo con la lanterna” presentato in anteprima al Trieste Film Festival dove è stato molto apprezzato tanto da conquistare il Premio Corso Salani.

Il significato per la regista delle parole di Bodei, dal libro “Immaginare altre vite”, lo si capisce dopo aver visto il suo film che racconta la storia di Mario Garau. Bancario sardo, nato a Cagliari nel 1891, a metà degli anni Venti viene distaccato in Cina dal Credito Italiano per lavorare come funzionario della Italian Bank of China, negli uffici di Tientsin e di Shangai. L’epoca delle Concessioni internazionali, dei Trattati ineguali, di un imperialismo “informale” che vide protagonista anche l’Italia. Una storia poco nota della quale fa parte anche Mario Garau. Zio Mario come lo chiama Francesca Lixi, perché quell’uomo era il fratello della nonna. Mai conosciuto, eppure così presente nella sua vita sin da bambina.

In casa bauli pieni di oggetti, porcellane, bronzi, che appartenevano a quel parente. E non solo. Taccuini, appunti e soprattutto filmati 8mm e tantissime fotografie che aveva fatto nella sua lunga permanenza in Oriente, sino a metà degli anni Trenta, e durante i numerosi viaggi. Straordinario materiale diventato la base per questo documentario prodotto da Kiné con il contributo della Regione e il sostegno della Fondazione Sardegna Film Commission. Un racconto a lungo pensato da Francesca Lixi che nel corso del tempo ha fatto numerose ricerche su quella figura misteriosa, tanto che la sua vita ha finito per intrecciarsi con quella dello zio Mario. Racconta anche questo “L’uomo con la lanterna”, scritto dalla regista sarda insieme a Wu Ming 2 (membro del noto collettivo bolognese). «La proposta di lavorare con lui – spiega la regista – è arrivata dal produttore Claudio Giapponesi, con l’idea di avere un occhio esterno per prendere maggiore distanza. Devo dire che avevo paura dell’ingresso di un’altra persona in una storia che mi riguardava così da vicino e alla quale avevo pensato da tanto tempo. Invece è stato un incontro meraviglioso. È stato delicatissimo, non ha stravolto nulla, ma ha valorizzato pensieri che già c’erano e l’intreccio è venuto man mano. La vita di mio zio, la mia interpretazione della sua vita e poi la mia».

Sullo sfondo un pezzo di storia italiana davvero poco nota. «È stato per me importante – sottolinea a riguardo Francesca Lixi - l’incontro con Barbara Onnis, docente di storia dell’Asia Orientale che mi ha regalato il suo libro sulla Shangai degli anni Trenta. Ho trovato conferma di alcune cose che pensavo potessero riguardare la vita di mio zio. Davvero gli stranieri lì si comportavano in quel modo, come avevo pensato, davvero facevano una vita straordinaria tanto che a molti, forse anche a mio zio, ha portato disagi enormi al rientro in
Europa. Non riuscivano più ad adattarsi a una vita normale». Tanto materiale d’archivio nel film, ma anche immagini della Cina di oggi e passaggi d’animazione in stop motion (un lavoro di Michela Anedda) con i cimeli di Mario Garau che prendono vita e danno un tocco poetico al racconto.

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