Nell’archivio web i giovani autori sardi

Il racconto del territorio, l’immaginario delle vacanze e il rapporto col corpo tra privato e sociale

SASSARI. Sono venticinque, finora, i nomi inseriti nel database di Space9. A ciascuno, l’archivio online di Sonia Borsato e Giovanni Follesa dedica una pagina con una biografia, un curriculum, le gallerie dei lavori realizzati.

Mancano volutamente le didascalie, per non appesantire la consultazione, ma per ciascun artista sono riportati i link che rimandano al profilo Facebook, al sito, ad ulteriori approfondimenti. I primi inquilini di Space9 (www.space9.it) sono nati a partire dal 1980. Hanno meno di quarant’anni e, sebbene ciascuno si distingua per una visione personale, tra di loro Borsato e Follesa hanno individuato due macrotemi: la centralità del corpo come strumento di conoscenza e di impegno politico, e l’attenzione al paesaggio, naturale e urbano, dal quale ripartire per immaginare un cambiamento e uno sviluppo sostenibili. Si interrogano sul futuro del territorio del Sulcis-Iglesiente gli scatti di “Terra Mala” realizzati da Emanuela Meloni tra i minatori della Carbosulcis, mentre Stefano Ferrando in “sPOP” viaggia in trentuno paesi della Sardegna, da Aidomaggiore a Villaverde, per documentare lo spopolamento dei piccoli centri.

Straniante l’operazione proposta da Mimì Enna nella serie “Shop”, che sovrappone carte geografiche e oggetti tipici dell’immaginario vacanziero per stimolare una riflessione sul territorio sganciata da logiche esclusivamente turistiche. Ancora sul rapporto con il territorio riflette Luca Spano, che nelle sue fotografie oscilla tra viaggio e ritorno all’isola. Tanti degli artisti censiti in Space9 si interrogano, poi, sul corpo, in una dimensione privata e sociale. Si distinguono per lucida ironia i ritratti di Silvia Sanna, soprattutto quando rovesciano il finale delle fiabe a favore di una maggiore consapevolezza femminile. Chiara Porcheddu racconta la percezione del sé con una serie dedicata alle bilance e un’altra alla nostalgia dell’infanzia, mentre il duo Quartierino Blatta fotografa corpi nudi come nature morte all’interno di scenografie
soffocanti, pervase di inquietudine più che di desiderio. Silvia Pazzola prova a vivere altre vite calandosi nei panni di icone del passato, mentre Tiziano Demuro dà il suo contributo all’ossessione tutta contemporanea per il cibo ricordandoci che “Siamo quel che mangiamo”. (g.br.)

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