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Il popolo del ballo, innamorarsi in pista al ritmo dei Caraibi

Il popolo del ballo, innamorarsi in pista al ritmo dei Caraibi

Viaggio nel mondo dei balli caraibici, dove si danza, ci si diverte e si trova l’amore

Che mondo quello dei balli caraibici. Lo osservi dalla riva della pista e ti sembra di conoscerlo da sempre. Un po’ come il movimento familiare del mare. Tipo: la prima cosa che ogni volta ritrovi sono gli sguardi. Come ti iscrivi in una scuola di danza, assieme al pacchetto di serie fatto di passi e coreografie, deve essere anche compreso l’optional dello sguardo. I volti si pietrificano in una fissità solenne, gli occhi di lui piantati sugli occhi di lei, e le pupille di lei conficcate in quelle di lui. Che per tagliare questa congiunzione visiva non basterebbe una mola. Certi sguardi li brevettano solo per i ballerini.

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La bachata. A un certo punto parte la bachata fusion, e quella, c’è poco da dire, è sesso puro. I corpi si avvinghiano sinuosi e sembrano fatti solo di polpa, niente più ossa a sottrarre fluidità ai movimenti. Senza adeguata contraccezione, si rischia il plurigemellare.

Ma la cosa straordinaria è come, a mollo in quella musica, le persone si trasformino. C’è quello che pesa 100 chili, ed è come che danzi in assenza di gravità, e sembra un fuscello da 40 chili. C’è quella che cinque minuti prima, un po’ annoiata sul divanetto, aveva l’aria da educanda asessuata, e ora in pista ha la sensuale eleganza di una felina. Le pance è come che scompaiano, le rughe si piallano nella fronte, ricorda un po’ il film Cocoon dove tutti, tra una shakerata di spalle e di bacino, si scrollano l’età di dosso. È puro illusionismo: chi sa ballare, ma per davvero, diventa bellissimo.



Manuel e Graziella. Per questo, forse, nell’atmosfera Caraibica, è così facile innamorarsi. A Manuel Ziccheddu, 41 anni, sassarese è successo.

Lui la racconta così. «Mica mi sono iscritto a lezione di salsa per catturare. Questi sono luoghi comuni. Io l’ho fatto solo per scommessa. Ho sempre lavorato nelle discoteche, ma a ballare sono sempre stato un legno. I miei amici mi prendevano in giro, dicevano che ero un caso disperato: mai e poi mai avrei imparato a fare due passi a tempo. Così, per sfida, e per non fare sempre tappezzeria ai balli dei matrimoni, mi sono lanciato. Ed è stata la scelta migliore che potessi fare, perché ho conosciuto Graziella». Destino? Travolgente passione per i ritmi caraibici? Ma manco per niente. Ecco la versione di lei, 34 anni, occhi grandi che non lasciano scampo. Lui, ignaro, era già nel sacco. «Mi sono informata, ho saputo che ballava alla Dance Sport Academy, e mi sono iscritta anche io». E finalmente, scatta il primo ballo con annessa scintilla. Approccio involontario per Manuel, aggravante della premeditazione per Graziella: «Era una bachata. La chimica è scattata all’istante – racconta lui - ti avvicini molto, ci si guarda negli occhi, ti annusi. Poi sorridi, scherzi. Insomma è facile prendere confidenza. Non è come in discoteca che per approcciare una ragazza ti devi sedere accanto al bancone e offrirle una consumazione. Qui è più naturale e meno imbarazzante». Finisce che Manuel, da tronchetto danzante è diventato un ballerino quasi dignitoso. «Tra i due, quello bravo, è lui». E che la passione per la salsa abbia contagiato anche Graziella. Dalla pista all’altare, tra una giravolta e l’altra, il passo è breve. «Il ballo rende la coppia longeva. Dopo un po’ che si sta insieme, e non hai più 20 anni, subentra un po’ la routine, smetti di uscire e lo svago del fine settimana si riduce a un’andata in pizzeria. Si rischia di svivolare nella monotonia. Invece i corsi settimanali, le serate del venerdì, ti stimolano a non rinchiuderti in casa, a conoscere altra gente, ti rendono complice».

Quando si va a ballare, mica si ha il copyright sul compagno. Ognuno balla con altri partner, e gli occhi si devono abituare a vedere fidanzati e mariti stretti da altre braccia, o incollati ad altri bacini. La gelosia è una cosa che si impara a levigare. «Noi ci divertiamo e siamo molto felici. E nel 2019 abbiamo deciso di sposarci».

Dentro la pista. Molti invece, dentro la pista si prendono e poi si lasciano, come capita nella vita. E la moria nei corsi di danza, così come la rigenerazione degli iscritti, dipende anche dai cuori spezzati.

A Sassari tra scuole e corsi nelle palestre, gli appassionati di salsa, bachata, mambo, e ora anche kizomba e latin hustle (il merengue è praticamente estinto) ci saranno un migliaio di appassionati, dei quali circa 300 timbrano con assiduità il cartellino alle serate del week-end. I giovanissimi sono una rarità, e chi sceglie queste discipline lo fa con professionale dedizione sportiva. Invece l’età media è 45 anni, con picchi anagrafici di 65. Tra loro, molti sono lì perché ballare è bello, e innamorarsi è l’ultimo dei pensieri. Invece altre volte la pista non riesce a smaltire le tante macerie degli amori sgretolati, e si riempiono di separati in cerca di una nuova vita di coppia. Altri single, soprattutto le donne, ballano perché finalmente hanno il tempo per farlo, dopo anni e serate trascorse a preparare cene e mettere a nanna figli e marito.

La danza altre volte è una spezia piccante nei rapporti insipidi. Con la bachata, dalle ceneri di matrimoni quasi spenti, torna su la memoria di qualcosa di rovente, e allora le pantofole lasciano il posto a tacchi 12, e la barba un po’ sfatta diventa un preciso ricamo tra guancia e mento.

Il ballerino tipo. Una telecamera di National Geografic, per dire, tirerebbe fuori un fior fior di documentario. Alla fine l’occhio si poserebbe su universo che segue le leggi della natura, solo che lo fa allegramente e a tempo di musica. Anche la fauna che lo popola è fatta di specie ricorrenti. Un po’ come nel basket o nel calcio, dove c’è sempre il “giocatore coach” che sa tutto lui, o quello che chiama fallo appena lo sfiori. Ecco anche i ballerini hanno i propri esemplari stereotipici.

C’è il negato ignaro: convinto di essere portatore sano di sabor latino, è molto presuntuoso, si lancia in figure e passi fuori dalla sua portata.

Il suo contrario è il timido: frequenta i corsi, è un asso nella teoria, fa i compiti a casa ripassando le figure, ma nel frullatore della “rueda” è colto da paresi. O fa da spettatore, o, invitato dalle donne, è più rigido di uno stoccafisso.

C’è il puzzone: le sue ascelle tramortiscono a due metri di distanza, ma lui non lo sa o fa finta di non saperlo. Non gli viene nemmeno il sospetto quando la sua partner muta colore virando in tutte le gradazioni di rosso e viola, dopo un intero pezzo di salsa e un’apnea di quattro minuti.

C’è il marpione: lo riconosci perché tiene la camicia un po’ sbottonata sul petto, sorride ammiccante su, e si struscia bavoso come una lumaca giù. In genere è schedato, tipo wanted, e ha l’appeal di un autovelox. Ma se una ragazza ancora non conosce il personaggio, lo scherzo è perfetto: «perché non ti fai invitare da quel tipo lì? Guarda che balla da dio...».

C’è il so tutto io: corregge sistematicamente le dame, invece di ballare impartisce lezioni teorico pratiche.

C’è il selezionatore: in genere un tantino snob, balla solo con quelle brave. Non può permettersi di scendere di livello.

Il suo contrario è il parassita: si ciba dell’inesperienza altrui per apparire bravo. Invita solo le dame molto più scarse, così che il gap tecnico gli consenta da svettare.

C’è l’esibizionista: tutti danzano tranquilli, ma è più forte di lui: deve dare spettacolo. E allora trasforma la partner in una trottola, e quando lei si pianta imbarazzata come certi cavalli al palio di Siena, lui va avanti con piroette e tripli avvitamenti.

C’è l’accompagnatore voyeur: porta la moglie a ballare, lui sta sul divanetto, non muove un passo e contempla le altre.

Ci sono i dr Jekyll e Mr Hyde. Trasandati a casa e al lavoro, ma sempre in tiro quando scendono in pista.

E infine c’è il sudamericano: il ritmo nel sangue, l’inibizione non contemplata nel dna. Con la scusa del sabor, prende il ballo per un rituale di accoppiamento. Alcune dame apprezzano lo scambio culturale, altre innalzano barriere.

E naturalmente ci sono anche loro, le “assatanate”, quelle che il comico Marco Bazzoni Baz nel suo sketch sull’Enchufla definisce così: «tutte con un’unica passione: il pacco di Miguel». E quando non c’è il maestro cubano, si accontentano di ciò che passa la pista. Sono una minoranza, schedata come i colleghi marpioni.

E tutti si muovono dentro questo allegro planisfero musicale che è la pista, ballando senza mai scontrarsi, disegnando traiettorie in un ingorgo di ritmo e corpi, come destini che si sfiorano e a volte si incrociano. È un universo che si autoregola, che non ha collisioni. Per dire: nelle serate non esiste nemmeno il buttafuori.

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