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Bruno Petretto, l’artista contadino, sarà l’uomo degli alberi in un film

Bruno Petretto, l’artista contadino, sarà l’uomo degli alberi in un film

L’ideatore del giardino dell’arte a Molineddu, nelle campagne di Ossi, sul set del film ispirato a “The man of trees”

Contadino, allevatore, artista e adesso anche attore. Non semplice comparsa ma protagonista in un ruolo che sembra scritto apposta per lui. Bruno Petretto, conosciuto soprattutto per la rassegna d’arte contemporanea all’aperto che tutte le estati ospita tra il verde e le rocce della sua Molineddu, la campagna vicino a Ossi alla quale dedica le sue giornate dal 1980, è un uomo che ama esprimersi in tante forme diverse. Purché siano legate alla natura, la sua passione più grande fin dall’infanzia a Giave, il paese dove è nato 76 anni fa.

Fino al 23 febbraio all’Istituto d’arte di Sassari è in corso una sua mostra personale dal doppio titolo: “Omaggio a William Turner e la libreria della natura”, realizzata con cortecce, legni, frammenti di roccia, pelli di animali lavorate come pergamene sottili per evocare, con le loro sfumature, i tramonti e le albe, le vedute ad acquerello e ad olio su tela del paesaggista inglese.



E sempre in questi giorni Petretto è impegnato a interpretare le scene finali del mediometraggio, “The man of trees”, diretto dal regista e video artista Salvatore Manca e liberamente ispirato al racconto “L’uomo che piantava gli alberi” (1953) dello scrittore francese Jean Giono. Le riprese, iniziate alla fine dell’anno scorso, hanno per set i paesaggi della Sardegna centrale, della Gallura, di Ossi (compreso Molineddu) e di Logulentu a Sassari.

L’isola sostituisce la Provenza del racconto di Jean Giono, che ha per protagonista il pastore Elzéard Bouffier, dedito a piantare, ogni giorno, cento ghiande. Finché nel giro di pochi anni rimboschisce un’intera vallata con più di diecimila querce. “The man of trees” non è l’unica esperienza sul set per Bruno Petretto. Nel 2012 Giovanni Columbu l’aveva scelto per la parte di Giuseppe di Arimatea nel film “Su Re” sulla passione di Cristo; poi nel 2017 l’agenzia Leo Burnett l’ha voluto nello spot nazionale della birra Ichnusa, che ha fatto finalmente piazza pulita dei soliti stereotipi regionalistici. “The man of trees”, però, era nel suo destino. «Dieci anni fa – racconta Petretto – un amico mi ha regalato il racconto di Giono, con questa dedica: “A Bruno, sperando che non si stanchi mai di far crescere nuovi alberi e nuove occasioni di incontro tra gli uomini”». Un ruolo perfetto per lui. Tanto che, ammette Petretto, «io nel film non recito, sono semplicemente me stesso. Faccio quello che ho sempre fatto da quando, dopo aver comprato Molineddu, ho iniziato a coltivare susini, fichi, agrumi, secondo l’estro del momento. Finora la passione non mi ha mai abbandonato».



E nemmeno la zappa e il decespugliatore, perché «a Molineddu non crescono bene solo le piante ma anche i rovi. Però la stanchezza non mi ha mai spaventato». Con Petretto, che non è un attore professionista, il regista di “The man of trees”sapeva di andare comunque sul sicuro. «Il film – spiega Manca – è anche un progetto ambientale e simbolico. Parte dalla storia di Giono per raccontare l’importanza di piantare semi, ogni giorno, non solo a favore della natura ma anche delle relazioni tra esseri umani. Parla del coraggio di coltivare le proprie passioni, in maniera gratuita, senza per forza avere qualcosa in cambio. Esattamente quello che fa Bruno tutti i giorni, quando si alza all’alba per curare la campagna e gli animali, o quando sistema Molineddu per accogliere le persone che arriveranno per la rassegna d’arte all’aperto».

In quanto a passione, Petretto è in buona compagnia. Il film – nel cast ci sono anche Giovanni Salis nel ruolo di coprotagonista e la danzatrice Matilde Deidda, mentre le coreografie sono curate da Daniela Tamponi – è un progetto autofinanziato. E di non facile spendibilità per i compartimenti stagni del mercato del cinema. “The man of trees”, infatti, oltre ad essere un mediometraggio, e quindi svantaggiato in partenza in rapporto alla distribuzione che privilegia i lungometraggi, va contro corrente nel mescolare il linguaggio filmico con quelli della video arte e della danza, e nel disegno dei costumi che non concede niente agli stereotipi sulla sardità.

Però, nonostante il taglio sperimentale, assicura Manca, «visivamente risulterà coinvolgente per tutti gli spettatori». Servirebbe, piuttosto, secondo il regista, maggior coraggio da parte delle istituzioni. A partire dalla Film Commission, che «non ha mai risposto alle nostre richieste di un colloquio, anche semplicemente per avere un parere sul nostro lavoro», dice. E prosegue, «in compenso siamo onorati che la Fondazione di Sardegna abbia creduto nel progetto e ci abbia inclusi tra gli assegnatari dei fondi per il suo bando annuale. È un piccolo aiuto, ma è importante. Poi – conclude – a marzo faremo partire anche un crowdfunding per completare il film». Certo, anche senza fondi Manca e la sua mini troupe andrebbero avanti lo stesso. Il loro verbo preferito è “fare”, e in questo Bruno Petretto è un maestro. Tanto che, racconta divertito il regista di “The man of trees”, «ogni tanto, nelle pause dalle riprese, si guarda intorno e se vede qualche albero che ha bisogno di cure è tentato di mollare tutto per rispondere alla sua vocazione più forte». Per Petretto si tratta di un “vizio” di lunga data. Da giovane – ricorda, come fosse la cosa più naturale del mondo – la mattina, mentre aspettavo un amico che mi accompagnava a lavorare a Porto Torres, mi fermavo spesso, senza che nessuno me lo chiedesse, a pulire le piante nella campagna di un vicino lungo la strada».

La natura per lui è sempre stata un richiamo irresistibile e un buen retiro sognato, ammette, «fin da ragazzo, quando con gli amici aspettavamo la vecchiaia non come una cosa di cui avere paura, ma come un’occasione di incontro e condivisione». Sbaglia, però, chi pensa che Bruno Petretto viva il rapporto con gli animali, gli alberi e le rocce in maniera naif. Fin da bambino, della campagna ha imparato a conoscere anche la durezza e la solitudine: «Ho avuto un’infanzia di sacrifici. –ricorda –. Mio padre faceva il carabiniere e poi il pastore. Spesso a casa non avevamo niente e tante volte, quando avevo solo sette anni, ho passato la notte da solo in campagna con le pecore». Per questo, adesso, a Molineddu la porta è sempre aperta per gli amici. «Se mi affaccio alla finestra – dice – vedo lo splendore della natura, ma non mi basta fino in fondo se non posso condividerlo con altri esseri umani».
 

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