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L’autoinganno di quegli ebrei che sognavano l’assimilazione

L’autoinganno di quegli ebrei che sognavano l’assimilazione

Nel libro “Da Berlino a Gerusalemme” le memorie giovanili di Gershom Scholem La sottovalutazione dell’antisemitismo montante e il desiderio di sentirsi tedeschi 

Gershom Scholem è una figura unica nell’affollato panorama degli intellettuali ebraici nella Germania del Novecento. Nato nel 1897 a Berlino, in una famiglia della media borghesia imprenditoriale (fecero fortuna grazie all'abilità nella gestione di diverse tipografie, riuscendo così a passare indenni le grandi difficoltà della Prima guerra mondiale), visse un’adolescenza inquieta negli anni in cui la nutrita presenza ebraica in Germania affrontava – non senza indecisioni e contraddizioni – un delicato e complicato processo di «assimilazione» alla popolazione tedesca: corrispondendo alle alte aspettative di una definitiva emancipazione sociale – iniziate dolorosamente con le lotte civili della seconda metà del secolo precedente – e, parimenti, scontrandosi con «l’esperienza montante dell’antisemitismo, a cui si poteva sottrarre solo un’immaginazione influenzata oltre misura dalle proprie illusioni».

Scholem, in forte conflitto con il padre, iniziò precocemente a capire quale sarebbe stato il prezzo di un’assimilazione completa alla società tedesca: «All’inizio di questo secolo, un giovane ebreo che non fosse appartenuto alla minoranza rigorosamente fedele ai precetti si trovava di fronte a un progressivo sfaldamento spirituale dell’ebraismo. V’era un che di atmosferico che penetrava dall’ambiente circostante; un elemento di consapevolezza nel quale la rinuncia alla propria identità s’intrecciava dialetticamente con l’impulso a difendere la dignità umana e la fedeltà a se stessi; v’era poi una rottura cosciente con la tradizione ebraica, di cui sopravvivevano, assai eterogenei e talora peregrini, frammenti sparsi qua e là, assieme a un procedere non sempre intenzionale verso il mondo che avrebbe dovuto sostituirsi alla tradizione».

Non ancora ventenne Scholem colse nell’ambiente ebraico, soprattutto quello familiare, una sorprendente «incapacità di giudizio» su cosa stesse succedendo loro. La scoperta di questa sorta di «autoinganno» che subivano ignari gli ebrei tedeschi diede finalmente corpo alla crescente vocazione del giovane, che prese la decisione di dedicare la sua vita allo studio della Qabbalah e alla riscoperta della più antica mistica ebraica. Attraverso un intenso percorso di studi – da Heidelberg a Berna, da Monaco a Francoforte – Scholem, nel 1923, scelse con coraggio di stabilirsi a Gerusalemme, dove il suo sionismo si sarebbe misurato con il sospetto e il timore della comunità ebraica verso il «giudaismo laico proveniente dall’Europa», per poi ricevere finalmente, nel 1925, grazie al prezioso aiuto di Hugo Bermann, la chiamata a docente di Mistica ebraica all’Università ebraica di Gerusalemme, ruolo che manterrà per tutta la vita.

Questo è il nodo centrale attraverso cui Gershom Scholem volle ricordare i primi ventisette anni della propria vita; lo fece poco prima di morire – con la memoria dell’Olocausto ben viva, quindi – prima in tedesco, poi in un’edizione ampliata in ebraico. Quest’ultima oggi è finalmente disponibile in traduzione italiana, “Da Berlino a Gerusalemme” (Einaudi, pp. 289, 20 euro), presentata da un pregevole saggio di Giulio Busi. Il libro è una scholemiana “Infanzia berlinese”, ben diversa però da quella di Walter Benjamin – uno dei suoi più grandi amici –, un percorso individuale e spirituale attraverso le tensioni della riscoperta di un’identità ebraica (il sionismo come unica possibilità di rinascita dell’ebraismo, il recupero dell’antico ebraico come strumento essenziale
per abbeverarsi alla fonte originaria del proprio popolo) e, soprattutto, una lucida biografia intellettuale. Un libro da leggere con attenzione, per comprendere anche la situazione storico-sociale degli ebrei tedeschi ben prima del travolgimento degli eventi negli anni del nazismo.

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