Tiana, tra freddo e banditi per produrre l’orbace

La lavorazione del tessuto nell'antica gualchiera

TIANA. Pochi secondi dopo che Aurora Paba, custode della storia della gualchiera, ha azionato la leva che fa scorrere nella casetta di pietra un flusso d’acqua, i grandi magli di legno martellano insistentemente la coperta sistemata sulla trave. Un rumore incessante, assordante, che sfonda i timpani: eppure bisognava sorvegliare di persona giorno e notte per dare i tempi giusti alla battitura della lana ed evitare ce si rovinasse.

La vita nella gualchiera era molto dura, più di quanto si possa immaginare, e i racconti trasportano in un mondo lontano e difficile. I signorotti dei paesi controllavano questi importantissimi centri di produzione, collegati direttamente al lavoro dei pastori perché una parte della lana delle pecore, dopo la tosatura, veniva destinata alla produzione dell’orbace per mezzo della follatura, ovvero, la trasformazione attraverso l’infeltrimento, in un tessuto robusto e impermeabile col quale venivano realizzati i tradizionali costumi sardi.

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Gli addetti alla gualchiera vivevano con la famiglia in pochi metri quadri adiacenti l’opificio e non è che si divertissero troppo. Costantemente dedicati al lavoro, vivevano in abitazioni spoglie e scomode: un unico ambiente con un caminetto e gli utensili della cucina, la pietra nuda come pavimento e un soppalco come stanza da letto. Ovviamente d’estate, perché d’inverno il freddo e l’umido costringevano le famiglie a dormire davanti al caminetto, utilizzando le stuoie per evitare il contatto diretto con la pietra e avvolti nelle coperte per recuperare un po’ di calore. Le finestre di queste scomode abitazioni erano anche dotate di grate e inferriate perché l’ambiente sociale non era dei più salutari, la zona era un punto di scambio per tutti i commercianti e i produttori della zona e i briganti la battevano costantemente: non a caso vigeva il divieto di far circolare denaro, mantenuto fino al 1950.

Una storia affascinante ma il sito tarda a decollare: «Non riusciamo a intercettare flussi di visitatori diversi da quelli locali – dice Aurora Paba –. Purtroppo questo non è un punto di passaggio, siamo troppo all’interno e bisogna venire appositamente, anche in estate i turisti ci regalano solo presenze sporadiche. Penso che dovremmo fare rete con gli altri piccoli musei della zona, collaborare, mandarci i visitatori l’un l’altro. Abbiamo raggiunto le duemila visite ma, onestamente, non so quanto si possa fare di più con qaueste risorse finanziarie e umane. La Regione ci ha assegnato una sola posizione contrattuale ma di fatto ci lavoriamo in tre, compreso il manutentore». (r.s.)

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