La scrittura dei nuragici, mistero ancora da indagare

Un libro del neuropschiatra Francesco Masia su un enigma affascinante. «Esistono reperti ancora da analizzare, adesso che tanti dogmi si sgretolano»

SASSARI. Esiste una scrittura nuragica? Un popolo capace di una così alta cultura e tecnologia costruttiva poteva ignorare un sistema di comunicazione così essenziale? Il rapporto continuo con le civiltà dell’Est del Mediterraneo non avrà stimolato l’invenzione di un alfabeto simile, in uso a quei popoli, anche agli antichi sardi? Domande che in molti, studiosi e semplici appassionati, si sono poste davanti all’imponente lascito che la millenaria cultura antica ha lasciato in Sardegna.

Se, giustamente, l’accademia degli archeologici procede ancora con i piedi di piombo, in attesa di conferme scientificamente inappellabili, alcuni ricercatori indipendenti (come il professore Gigi Sanna che a questi studi ha dedicato diverse pubblicazioni) non hanno dubbi: «I nuragici avevano una scrittura e ci sono diversi reperti che lo attestano». Ieri a Macomer e mercoledì 21 alle 18, ad Alghero nella Sala della Biblioteca Catalana, un altro appassionato e coraggioso ricercatore indipendente, il medico neuropsichiatra algherese Francesco Masia, presenterà il suo libro “Scrittura nuragica? Storia, problemi e considerazioni” (edizioni Condaghes, 126 pagine, 14 euro), il cui ricavato sarà devoluto per contribuire all’esame dei reperti finora ritrovati. Un volume utile per mettere ordine sullo stato odierno della ricerca e le varie opinioni in campo, tra reperti veri e quelli considerati falsi, quelli irrimediabilmente perduti e quelli che attendono un’analisi più approfondita.

«Avrei voluto che questo libro l’avesse scritto qualcun altro – dice Francesco Masia– . Avevo intenzione di dedicare poche righe su quello che considero un dogma: l’inesistenza di una scrittura nuragica. Poi le vicende legate alla navicella di Teti hanno fatto moltiplicare le varie strade della mia ricerca, sostenuta dalla caduta di un altro dogma che da sempre accompagnava l’inesistenza della scrittura: il fatto che i nuragici non navigassero e che quindi non avessero bisogno di scrivere e documentare».

Proprio gli esiti della termoluminescenza sulla navicella fittile rinvenuta a Teti hanno portato nuove prospettive. «Le analisi scientifiche hanno dimostrato che risale al IX - VIII secolo a.C. – precisa Masia –. Confermando anche il fatto che il materiale con cui è costruita proviene dalla zona. Un reperto importantissimo con otto segni, tra cui il pugnaletto cerimoniale diffuso nei bronzetti. Una scoperta che attende, come altre, ormai da troppo tempo, che venga sottoposta a studi e comparazioni da parte degli esperti». Francesco Masia nel suo saggio chiede un cambio di paradigma da parte dell’accademia. «Comprendo gli archeologi che vedono con irritazione le invasioni di campo – sottolinea Masia –. Ma trovo illogico che non si prenda in considerazione nemmeno il minimo sindacale o che si parta sempre in maniera prevenuta».

A sostenere il lavoro del medico algherese l’introduzione al suo libro da parte dell’archeologa Caterina Bittichesu. «Francesco Masia nel suo saggio evidenzia le contraddizioni e le zone d’ombra che ancora limitano la completa conoscenza della civiltà nuragica – scrive Bittichesu –. Gli studi dimostrano come la centralità della Sardegna nel Mediterraneo abbia facilitato le relazioni tra i Nuragici e altre popolazioni anche dove i Fenici non erano ancora arrivati (...). La navicella di Teti per il momento è il solo documento con scrittura offerto alla scienza. Si spera che si sottopongano ad analisi anche altri documenti nuragici scritti per verificarne l’autenticità».

Naturalmente anche archeologi di chiara fama si sono espressi a favore dell’esistenza della scrittura dei nuragici, uno di questi è Giovanni Ugas: «Non abbiamo documenti riferibili all’età del bronzo, eccetto i segni sui lingotti di rame che attestano però una scrittura non sarda. Sono stati rinvenuti, invece, almeno 65 segni di scrittura da contesti certi di età nuragica, riferibile all’IIX-IX secolo a.C. Reperti che provengono da un mondo però radicalmente cambiato nella struttura economica e sociale: la cultura che produsse il grande lascito di Mont’e Prama, una società che passa dall’organizzazione tribale a quella aristocratica».

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