Da Fraus al mondo, l’isola raccontata da Giulio Angioni

Venerdì col giornale “Doppio cielo”, dello scrittore di Guasila. Il quinto volume della collana “Scrittori di Sardegna”

«L’opera di Angioni dovrebbe venir riconosciuta – e non lo è affatto – come una delle più utili a comprendere cosa è accaduto in Italia, e forse nella maggior parte del mondo, negli anni cruciali della plastica, della televisione, dell’automobile»: così scriveva nel 2006 Goffredo Fofi nella prefazione a “Cosa succede a Fraus?”, il libro che Franco Manai aveva dedicato, come da sottotitolo, a “Sardegna e mondo nel racconto di Giulio Angioni”. Se vergate oggi e non dodici anni fa, le parole di Fofi avrebbero lo stesso, identico valore, perché la produzione dell’antropologo, romanziere e intellettuale di Guasila ha avuto e continua ad avere, tra i tanti, anche questo merito: di aver fatto di un luogo geograficamente limitato, quando l’ha chiamato in causa, un punto di osservazione per dire e pensare il mondo tutto.



Quel luogo, com’è noto, è Fraus. Che, pur originando dalla natia Guasila, non è da prendersi come una sua mera trasfigurazione letteraria: «Certo che è anche il mio paese», ha rivelato Angioni alcuni anni fa nel corso di un’intervista all’emittente cagliaritana Radio X, «forse “è molto” il mio paese, ma non precisamente Guasila, perché Fraus vuole essere un paese genericamente sardo: le cose che racconto, almeno nelle mie intenzioni, possono essere successe in qualunque paese sardo di campagna o anche in qualunque rione di città. E oltre: Fraus è un paese europeo; se vogliamo, è un paese in questo mondo».

Per tale aspetto, Angioni è stato un continuatore esemplare della tradizione dei maggiori scrittori isolani del Novecento che, in primis Grazia Deledda e Salvatore Satta, hanno saputo conferire al particolare il carattere di universalità che ha permesso loro di venir letti e capiti a qualsiasi latitudine. Per contro, in occasioni differenti, l’autore ha marcato una netta differenza con i predecessori, che dovettero affrontare determinate scelte linguistiche preliminari e che, per un motivo o per l’altro, fecero ognuno storia a sé («grandi solitari», li definiva lui). Non così i rappresentanti della nuova generazione inaugurata da Atzeni, da Mannuzzu e dallo stesso Angioni negli anni Ottanta, più liberi sul piano espressivo, e riuniti in un gruppo spontaneo basato sull’amicizia («ci chiamavamo i “modesti scrittori sardi”»): quel gruppo da cui, tra le altre cose, ha visto la luce il Festival di Gavoi, che ha avuto nel guasilese uno dei principali artefici e animatori.

L’esordio di Angioni nella narrativa va comunque ricercato in tempi anteriori: è infatti nel 1978 che esce per Edes “A fogu aintru/A fuoco dentro”, raccolta di racconti impreziosita dai disegni di Maria Lai. Ci sono in queste pagine già molti dei temi dell’Angioni-autore che verrà: lo sguardo su una Sardegna colta nel mezzo di uno sviluppo e di una mutazione troppo rapidi per essere compresi e assorbiti, lo specchio offerto all’identità e alle tradizioni isolane dall’emigrazione («De cantu tempus ses in Continente?» / «In Continente? A ‘st’antro mese sarebbero du’ anni. Che, pure te sei sardegnolo?»), la memoria. In “Sardonica” del 1983, successiva raccolta di racconti sempre sotto il marchio della Edes, il tono generalmente amaro di quelle prime prose brevi comincia a essere affiancato dalla sottile, intelligente ironia che sarà una cifra fondamentale tanto del debutto sulla lunga distanza, “L’oro di Fraus” del 1988, quanto di “Doppio cielo”, il romanzo che i lettori de La Nuova troveranno da venerdì in edicola con il quotidiano per la collana “Scrittori di Sardegna”.



Anche grazie alla pubblicazione con un editore di peso come Editori Riuniti, “L’oro di Fraus” porta il nome di Angioni alla ribalta nazionale: nella prefazione il critico Giuliano Manacorda spende parole significative («Difficilmente sarebbero rintracciabili i limiti, o comunque i caratteri, che sogliono essere tipici di un’opera prima, tanto egli appare esperto nell’organizzare la fabula e padrone di un suo linguaggio)», ed è poi Oreste Del Buono a sancirne una valenza storica fin dall’immediato, accostandolo a “Procedura” di Mannuzzu come progenitore di una possibile via sarda al genere giallo.

Non sorprende quindi né che “Il sale sulla ferita” (1990) e “Una ignota compagnia” (1992) siano ospitati, rispettivamente, nel catalogo di Marsilio e Feltrinelli, né che entrambi giungano in finale al Premio Viareggio. Il 1999 e “Il gioco del mondo” inaugurano il fruttuoso rapporto con Il Maestrale (arriveranno poi “Millant'anni”, “Alba dei giorni bui”, vincitore del Premio Dessì nel 2005, “La pelle intera”, “Doppio cielo” e “Sulla faccia della terra”, quest’ultimo in coedizione con Feltrinelli), mentre del 2003 è il primo titolo per Sellerio, “Il mare intorno”, cui fa seguito, tra i tanti, il libro di Angioni che ha ricevuto i più rilevanti riconoscimenti, quel “Le fiamme di Toledo” del 2006 capace di aggiudicarsi il Premio Mondello e il Premio Corrado Alvaro. Non solo narrativa, però: “Tempus” del 2008 segna l’approdo alla poesia (e al sardo), e ancora di versi è fatto “Oremari” del 2013.

Proprio alla poesia Giulio Angioni affida la sua ultima voce, appena prima di morire nel gennaio dello scorso anno: «Resuscitiamo i morti/ con foto e audiovisivi/ e il passato rivive/ da sembrare che morte non dissolva./ La gente di una volta lo sapeva/ come tenere vivi i propri morti,/ lari e penati in stretta convivenza/ che stavano qui in casa/ là nella stanza buona,/ li potevi pensare/ a fare un pisolino dopo pranzo/ o al lavoro in campagna/ o in viaggio e poi ritornano,/ la notte custodivano la casa/ stavano insieme a noi/ o felici o scontenti come noi/ nell’hora mortis nostrae ci accoglievano/ per essere all’altezza del morire».
 

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