Angioni, l’identità come un territorio aperto al mondo

Nella collana Scrittori di Sardegna il romanzo “Doppio cielo” uno dei racconti più avvincenti dell’autore di Guasila

Pubblichiamo un ricordo di Giulio Angioni tratto dal libro “Cose da prendere sul serio”, pubblicato dalla casa editrice Il Maestrale. L’autore, Giacomo Casti, è un noto operatore culturale, tra gli animatori dell’associazione Chourmo, che organizza il Festival Marina Café Noir.

* * *di Giacomo Casti

«Un buon consiglio per un neolaureato in lettere?», chiesi anni fa a Giulio Angioni.

«Salire sulle spalle dei giganti. Leggere e rileggere Gramsci», mi rispose. Però, prima di essere un ottimo dispensatore di consigli, Giulio Angioni è stato per me diverse altre cose. Un uomo che poteva mettere in difficoltà, tanto per iniziare. Che è un’ottima qualità, a ben rifletterci. Ci riusciva regolarmente, ancora e da subito non appena ci incontravamo, quando capitava di incontrarci. Ad esempio, non sapevo mai bene come rivolgermi a lui, nel senso del “tu” o del “lei”, nel senso del chiamarlo Professore oppure Giulio, visto che da anni mi aveva dato anche questa possibilità, quella di un rapporto amichevole e di uno scambio paritario.

IL PROFESSORE. Cercavo a volte la via di mezzo, cioè gli davo del tu e però lo chiamavo Professore, in un modo che può sembrare ironico – «Professore, quanto zucchero vuoi?» suona un po’ strano, no? – ma in realtà era il mio tentativo di mantenere le giuste proporzioni tra me e lui.

Che vuol dire che, sino a prova contraria, lui era quello che insegnava e io quello che apprendeva, anche se quando bevevamo il caffè o facevamo una battuta eravamo alla pari. Eppure non era iniziata troppo bene, la nostra conoscenza; ricordo che da studente ho equivocato il suo senso dell’umorismo più di una volta, e qualche volta c’è scappato pure il battibecco.

CAMPI DA GIOCO. Durante il lavoro di tesi di laurea – lui correlatore, sempre cari Felice Tiragallo e Franco Lai – il nostro confronto migliorò decisamente e arrivò lo scambio vero, la franchezza tra persone. Forse per un motivo molto semplice: eravamo entrambi… be’, non so esattamente cosa eravamo entrambi, dato che lui era uno dei più grandi antropologi e scrittori italiani e io sono uno studioso mancato e un appassionato scrivente, però… ecco, forse è la confidenza, o meglio la vocazione alla confidenza con entrambi questi campi da gioco, così prossimi e così distanti, quello dell’antropologia e quello della letteratura, che un po’ ci rendeva affini.

Però così parlo troppo di me. Rendiamoci utili.

Per chi non sapesse, o ha dimenticato alcune informazioni, proverò a integrare il suo breve profilo, quello che capeggiava nel suo sito e in molte terze e quarte di copertine dei suoi libri: «Giulio Angioni insegna Antropologia culturale nell’Università di Cagliari dal 1981. Ama segnalare che ha avuto come maestri Ernesto De Martino e Alberto Mario Cirese, che ha studiato e insegnato in Germania, in Francia e in Gran Bretagna, che ha studiato molto i Gua di Trexenta in Sardegna e che come scrittore ha raccontato soprattutto di un luogo detto Fraus».

I MAESTRI. Con grande stringatezza e una certa dose di ironia, era così che Giulio Angioni, in due righe, si raccontava. È interessante rilevare come, pure nel brevissimo, egli non mancasse di riconoscere e ricordare, come faceva appunto in questa quasi epigrafica nota, il suo duplice rapporto di “discendenza” dai maestri De Martino e Cirese (sebbene sia relativamente semplice considerare Cirese il maestro effettivo e De Martino quello elettivo; elettivo, sì, ma con ruolo seminale). Angioni stesso ha raccontato a chi scrive che una delle sue prime “tesine” di ricerca, da giovane studente, gli fu assegnata proprio da De Martino, all’epoca, come è noto, docente di Storia delle religioni a Cagliari).

Quindi, integrando un po’ a caso il suo ritratto autoriale e umano: Angioni era del 1939, l’ultima generazione ad aver visto una Sardegna ancora primitiva, come qualche volta gli ho sentito dire; ha scritto moltissimo e letto di più (quest’ultimo particolare sempre meno sottovalutabile, dati i tempi); condotto fondamentali ricerche sul mondo agricolo e pastorale della nostra isola; scritto alcuni dei pezzi giornalistici più efficaci e precisi che io abbia mai letto, penso ad esempio a una intervista sul dramma degli incendi pubblicata su Liberazione nel 2009; vissuto e lavorato non solo in Germania, Francia e Gran Bretagna ma anche a Milano, nel suo periodo da migrante, insieme a un mio caro zio ex-tramviere, Nino (lo scoprimmo per caso qualche anno fa); partecipato a diverse edizioni del Festival letterario Marina Cafè Noir, di cui mi occupo, senza mai rompere troppo le tasche, qualità che non sempre tutti gli ospiti rivelano; partecipato (insieme al solito scrivente) a un videoclip della band Ratapignata, nel rispettabilissimo e ormai scomparso ruolo de su bandidori (il banditore).

PADRI E FIGLI. Inoltre: mi ha dato a suo tempo un consiglio strepitoso (appunto: «Sali sulle spalle dei giganti, leggi Gramsci»), mi ha chiesto se volevo «insegnare al babbo a fare figli» per qualche mia ovvietà di troppo e consigliato, senza saperlo, come avrei potuto portare la barba. Ancora di più, credo abbia insegnato a più generazioni di allievi e lettori, soprattutto sardi, che a essere di un luogo piuttosto che di un altro non c’è niente di speciale, ma che a quella specialità – riconosciuta e riconoscibile – che è potenzialmente propria di ogni luogo e ancor di più di ogni persona, ognuno dovrebbe tendere in quanto individuo, senza mai dimenticare il mondo da cui proviene, e anche il modo in cui quel mondo dovrebbe essere e invece non è.

SARDO SENZA VEZZI. Concludo dicendo che cosa davvero penso, quando penso a Giulio Angioni: che è stato un uomo di sinistra senza ostentazioni né nascondimenti, un sardo internazionalista
senza tic o vezzi stereotipati, un uomo che metteva in difficoltà, come accennavo all’inizio, soprattutto i luoghi comuni e le menzogne. Per questo è così importante, Giulio Angioni. Per questo leggeremo, e leggeranno, a lungo i suoi libri.

© EDIZIONI IL MAESTRALE, NUORO

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