“Doppio cielo” La mutazione di un popolo

Da domani in edicola il quinto volume  della collana “Scrittori di Sardegna” 

SASSARI. È un libro di trasformazioni, “Doppio cielo” di Giulio Angioni. Nel corso delle sue pagine si trasformano persone, bestie e, prim’ancora che la storia inizi, si sono già trasformati suolo e sottosuolo.

Come a dire: il mondo tutto. Lì dove prima c’era una distesa nuda, infatti, a fine anni Trenta sorge nel giro di poco una città di quarantamila abitanti, e giù dove prima c’era solo roccia, si scavano tunnel e sorge una miniera – quella da cui il duce s’attende tanto carbone, e di qualità, per la guerra che si combatte e che ancora si spera di vincere–. Nel nuovo centro abitato, chiamato con modesta fantasia littoria Carbonia, arriva da Fraus nel novembre del 1942 Luisu Melas servo di campagna, partito su ordine del suo padrone per accompagnarvi Baieddu. Manco il tempo di capire dove si trova, e Luisu è già diventato altro, trasformato: da uomo di fatica tra zolle e aratri che sa bene solo «di annate e di stagioni, di buoi e di cavalli, di zappe e tempi e modi di lavoro sotto il cielo alto», a minatore bellico.

Che non si provi a fare questioni – «Non ho le cose mie, per restare. Ho già il biglietto del treno di ritorno» –, perché il Polacco, il secondo al comando in ordine di importanza, ha deciso con la rapidità del lampo: «Ci penso io», fa con piglio che non ammette repliche, per poi rifilargli un sottile ricatto in forma di favore: «Guarda che ti conviene… cambia tutto. Guadagni molto più che a fare il campagnolo. Mi sono informato, devi badare a tua madre e a una sorella. Devi solo ubbidire e lavorare. Alles klar, è tutto chiaro?». Per non sbagliare, il Polacco arruola su due piedi, e così trasforma, anche Baieddu: pure lui minatore bellico, tre turni al dì nelle viscere della terra, finché resiste allo sforzo immane, almeno. Di far da Virgilio a Luisu, in quell’inferno di scoppi improvvisi di fiamme, di legni che si lamentano come dannati per l’affanno di sostenere le rocce, e di rocce divenute cieli sopra teste ed elmetti, s’incarica il toscano Ferriero Dondi, che al suo apprendista oltre al mestiere insegna l’anarchia, ovvero, insieme certo a diverse altre («La polizia dell’OVRA, il federale di Pisa, la milizia, il duce, la malasorte, le inique sanzioni, questi tempi schifosi di fascismo che manda a Carbonia i nemici interni da tenere a bada»), la ragione per cui è confinato in Sardegna.

Su Luisu quelle parole che prefigurano una società di individui pari tra loro fanno subito presa, ed ecco che lui, Ferriero e Baieddu danno vita a una squadra e la chiamano “Schirru”: in onore della mamma lasciata a Fraus, che così fa di cognome, e di quel Michele anarchico nato a Padria e che dal regime, mentre cercava di fermarlo, è stato fermato lui, per sempre.

Intanto, le trasformazioni per il protagonista continuano. Servo di campagna, poi minatore, e da ultimo penitente. Che è un tipo particolare di minatore, quello che mette a repentaglio la propria vita per il bene dei colleghi andando in avanscoperta alla ricerca dei gas letali, specie del più temibile, il grisù. Scomparso tziu Macis, predecessore nel delicato ruolo, Luisu non ha avuto dubbi: un po’ per riconoscenza verso Ferriero, anche lui candidato a sostituire il defunto, un po’ perché la paga è più alta, dati i pericoli che si corrono, un po’ per far colpo su Marialuisa, fresca orfana Macis, a raccogliere l’eredità di penitente sarà lui.

Simile a un avventuroso esploratore degli abissi scaturito dall’immaginazione di Jules Verne, Luisu si cala in solitaria nelle profondità più buie della miniera, vagheggiando a conflitto terminato scenari di libertà, uguaglianza e giustizia a base di anarchia, e il sorriso di Marialuisa accanto al suo.

Pubblicato nel 2010 da Il Maestrale, “Doppio cielo”, da domani in edicola con La Nuova per la collana “Scrittori di Sardegna” (a 6,70 euro più il prezzo del quotidiano), è un romanzo straordinario. Come spesso in Angioni, è il racconto di un universo di genti, saperi, pensieri, azioni in cammino inoltrato verso una mutazione che sarà non solo irreversibile, ma quasi sicuramente anche portatrice di ferite per un verso o per l’altro insanabili.

Angioni, però, non è cantore di un passato idilliaco o idealizzato da contrapporre a presenti di decadenza e barbarie: piuttosto, è autore che registra il cambiamento, lo descrive con precisione assoluta e poi lo modella attraverso la materia letteraria, riuscendo a dire ciò che vuole senza mai essere inutilmente esplicito. Si vuol qui intendere che la posizione di Angioni non è mai in discussione: di dubbi o ambiguità sul suo sentire a lettura conclusa non rimane traccia alcuna, eppure questa sua trasparenza è frutto di finezza d’ingegno, non di dichiarazioni palesi o di scelte stilistiche che colpiscono, quando colpiscono, per il lasso di un secondo.

Il passo sul corpo che si deve trasformare in corpo da minatore per permettere di sopravvivere, costruito attraverso la dimensione del sogno come una nuova nascita
dal ventre materno, e quello, irresistibile, su Sant’Antonio che dona il fuoco agli uomini dopo un viaggio nel regno dei morti, sono giusto le pietre più preziose di un’opera che, in maniera paradossale considerata l’ambientazione, brilla come poche altre dalla prima all’ultima riga.

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