Al via “Terre di confine” La Sardegna e la Colombia unite dall’acqua e dal cinema

Giovedì a Oristano l’apertura, poi tappe a Solarussa, Sassari e Asuni Il direttore artistico Marco Antonio Pani: «Un festival che apre a nuove realtà»

SASSARI. Otto giornate di proiezioni, incontri a tema, tanti ospiti sardi e internazionali. Tutto pronto per il festival “Terre di confine” che prenderà il via giovedì 8 marzo a Oristano e farà poi tappa a Solarussa (dal 9 al 11), Sassari (il 15) e Asuni (dal 16 al 18), dove è nata la manifestazione organizzata dall’associazione Su Disterru. Un’undicesima edizione targata Marco Antonio Pani, per la prima volta nella veste di direttore artistico: «Un’esperienza molto stimolante – racconta il regista – e devo dire anche più impegnativa di quanto immaginassi. Oltre alla scelta dei film ci sono tante altre cose da fare, in particolare curare i rapporti con gli autori ed è e un momento delicato. A volte non è facile convincerli a dare un loro lavoro che magari sta girando altri festival».

Qual è l’aspetto che maggiormente caratterizza “Terre di confine”?

«Già il titolo fa capire come il confine, in varie accezioni, sia il tema di fondo. L’idea principale è mettere a contatto, in parallelo, in confronto come davanti a uno specchio, la produzione cinematografica della Sardegna con quella di altri Paesi. Quest’anno il focus è sulla Colombia».

C’è qualcosa che hanno in comune il cinema sardo e quello colombiano?

«Abbiamo puntato in particolare su un accostamento geografico che in apparenza può sembrare strano: al significato del fiume che da una parte può considerarsi un confine, dall’altra una via di comunicazione. La Colombia è attraversata da cinque grandi fiumi e la zona dove nasce il festival, l’Oristanese, è caratterizzata anche culturalmente dalla presenza di corsi d’acqua. Asuni, prima di modifiche con dighe e altri interventi, aveva nei fiumi il fulcro della sua vita sociale ed economica. Ma c’è anche un parallelismo cinematografico».

Di che tipo?

«Si è iniziato a parlare di film colombiani negli anni Novanta, ma per pochi casi isolati. Negli ultimi anni le cose sono migliorate, dopo che è stata varata una legge pensata appositamente per sostenere il cinema in Colombia. I risultati si vedono. Tante produzioni, spesso anche nei grandi festival. Un po’ com’è successo da noi con la legge regionale sul cinema che anche grazie alla mobilitazione degli operatori del settore è diventata uno strumento più stabile e quindi più utile».

Quali sono i temi principali affrontati dai registi in Colombia?

«C’è, forte, il bisogno di raccontare l’esperienza di decenni di guerre fratricide, di confini interni a un Paese in costante mutamento. Le questioni delle Farc, del narcotraffico, della corruzione… sono argomenti presenti in tanti film colombiani. Ma non mancano lavori che raccontano altre realtà. Per esempio quella metropolitana raccontata da lungometraggi come “Los nadie” di Juan Sebastián Mesa che è uno dei film presenti nel nostro programma e si concentra su un gruppo di giovani artisti di strada».

Quali saranno gli ospiti in arrivo dal paese sudamericano?

«Uno è Carlos Tribiño, regista che ha frequentato il Centro di cinematografia di Barcellona, la stessa scuola dove ho studiato io. È lì che ci siamo conosciuti ed è stato lui anche un po’ il tramite per arrivare a conoscere il cinema colombiano. Tra le altre cose presenterà il suo lungometraggio “El silencio del rio” che ha vinto il festival di Cartagena. Ci sarà anche Felipe Aljure, autore di pochi ma importantissimi film per come hanno segnato una svolta formale e narrativa nella cinematografia colombiana. Inoltre è stato tra gli estensori della legge cinema nel suo Paese. Proietteremo di Aljure il suo primo lavoro, “La gente de la Universal”, che è del 1991, e quello più recente, “Tres Escapularios”. Sarà presente anche Jaime Manrique, direttore del festival “Bogoshorts” e distributore di cortometraggi e tre rappresentanti dell’università di Medellin che parteciperanno a una tavola rotonda sull’alta formazione con esponenti dell’università di Cagliari, dell’Accademia
di Belle Arti e della Scuola civica di cinema di Sassari».

E tra i registi sardi?

«Per il cinema sardo in questo periodo c’è davvero l’imbarazzo della scelta. Ci saranno tra gli altri Enrico Pau, Salvatore Mereu, Bonifacio Angius, Pietro Mereu, Mario Piredda».

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