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«Il mistero dell’incontro tra sentimenti ed Eros»

«Il mistero dell’incontro tra sentimenti ed Eros»

L’autrice norvegese si racconta e parla del suo romanzo “A Bordeaux c’è una piazza aperta”

«A Bordeaux c’è una grande piazza aperta» (Ponte alle Grazie) è il primo romanzo tradotto in italiano di Hanne Orstavik, una delle voci più intense e distintive della letteratura norvegese. Le inquietudini esistenziali, le cangiati geometrie delle relazioni umane sono indagate nel profondo dall’autrice con leggerezza e poesia. Ruth, la protagonista, innamorata (per la prima volta) di uomo, Johannes, è un’artista norvegese che sta allestendo una mostra a Bordeaux. «Mi vuoi incontrare?»: inizia così la storia tra i due, con un sms di Ruth all’uomo che non si aprirà mai del tutto, la cui sessualità perversa si negherà a Ruth. Il libro della Orstavik è un luogo esistenziale in cui non ci si sente soli. La ricerca di apertura, di accoglienza, già presente nel titolo, è il perno del filo narrativo; è presente nell’arte di Ruth che allestisce una performance sull’incontro; è richiesta nel desiderio di una passione negata. Ne abbiamo parlato – in italiano – con l’autrice. L’unico sguardo che Ruth desiderava si posasse sull’installazione è quello di Johannes che non arriva, portando Ruth quasi alla dissoluzione.

Ma chi è quest’uomo? Un manipolatore?

«Non so. Credo che Johannes sia molto più inconsapevole di quello che fa».

Ha una scrittura molto potente, che sembra parli l’inconscio. Qual è il suo rapporto con essa?

«Scrivo solo quello che vedo, senza volere qualcosa. Scrivo con molta fiducia, senza andare indietro a correggere. Sono molto consapevole quando scrivo: sento con il corpo quello che scrivo. Forse cerco un dialogo con l’inconscio. Anche con il mio. L’apertura della piazza di Bordeaux è la metafora di tutta la storia».

Come si raggiunge questa apertura?

«Quando siamo aperti possiamo essere feriti, ma possiamo essere anche cercati, e trovati. Come farlo, credo sia una questione di fiducia e di necessità. Per molti anni scrivere è stato il mio modo di esistere, il contatto più vicino che avevo con la vita. La vita per me era nelle parole. Non sentivo il mio corpo. Ho lavorato tutta la mia vita per sentire fisicamente. È stata una grande sfida».

Ruth conosce a Bordeaux la gallerista Abel con la quale cerca un confronto e un conforto. Ci parli di questo rapporto.

«Sono molto attratta da persone ambigue come Abel, con una sessualità androgina, con forti entrambi i lati maschile e femminile. Mi sento anche vicina a questo modo di essere. Mi chiedo cosa significhi essere donna ed essere uomo. Ruth cammina a Bordeaux e entra in questo strano posto. Lì c’è Abel e io sono entrata nel locale con Ruth senza sapere cosa sarebbe successo. Questa è la magia della scrittura. Questa Abel ha qualcosa che Ruth non ha. E si sente attirata e anche un po’ sfidata».

Ci sono, nel libro, tre relazioni di madri-figli. Ruth ha una figlia adolescente, Sofi. Quando arriva nella sua vita Johannes qualcosa cambia tra loro. Come mai?

«La storia di Ruth e Sofi è quella più vicina a me. Ruth ha una figlia che vede la mamma che s’innamora di un uomo ma che non sta bene: la vede che inizia a bere, che esce un po’ dalla figura di madre sigle e molto responsabile che è stata fino a quel momento, e adesso non ha più pieno controllo della sua vita».

Perché ha scritto questo libro?

«L’ho scritto perché avevo una relazione che non capivo. Nella realtà non sono Ruth: sto nel mio caos e per capire ho bisogno di prendere le distanze e osservare. Ho potuto mandare Ruth e Sofi in direzioni che io non avrei preso. Abel e Lily sono un’altra coppia di madre-figlia. Lilly è molto diversa da Abel, è morbida, piena di luce. Ha una sessualità in crescita senza le esperienze di un’adulta, è aperta e si butta nella relazione con Ralf, suo coetaneo. Appare anche la madre di Ralf che è in procinto di lasciarla per l’Università. È l’unica che prova il lutto della partenza, il distacco. Ho una figlia che quando scrivevo il libro aveva l’età di Ralf, e questo sentimento di lutto mi ha sorpreso. È arrivato da dietro».

Ha deciso di vivere in Italia. Quali differenze culturali, rispetto alla sua vita in Norvegia, sta sperimentando?

«Amo il ritmo della vita scandito dai pasti: ogni giorno c’è il rito dei pasti condivisi e l’attenzione che si mette in questo. In Norvegia ceniamo alle 17, non abbiamo quest’appuntamento, non c’è l’incontro, il godere del cibo, l’essere insieme. Quello che è stato veramente difficile per me da capire sono le relazioni sociali. In Norvegia non si dà più il lei, c’è l’impressione che siamo tutti uguali. Qui non c’è un grande
noi, come in Norvegia, dove abbiamo uno Stato gentile, una socialdemocrazia e io mi sento in qualche modo accudita: pago le mie tasse con molta gratitudine perché lo Stato si prende cura di noi tutti. In Italia il “noi” è più privato: la famiglia, gli amici. Un mondo in cerchie private».

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