I “Canti perduti” del grande poeta Sebastiano Satta

Rivedono la luce le poesie inedite del “vate”. Un quaderno sparito un secolo fa e ricomparso

Un quadernetto manoscritto con trentasei inediti più altre carte, correzioni, chiose, rivisitazioni, disegni stilizzati e appena appena abbozzati. Da “Io non ti chiedo nulla... ”, strofe tetrastiche di tre endecasillabi e un ottonario, a “Quando ruppe il mattin... ”, ode in quartine di endecasillabi e un senario finale: un corpus di trentasei poesie sparite oltre cento anni fa, dimenticate, ritrovate, messe in valigia e portate via da Nuoro, custodite gelosamente e ora finalmente tornate in patria e ritrovate ancora. Sono i “Canti perduti” di Sebastiano Satta, il Vate della Sardegna: «“Canti” perché così sono state intitolate le più importanti raccolte di versi di Sebastiano Satta; “perduti” perché probabilmente destinati all’oblio se non fossero riapparsi inopinatamente a casa di una famiglia nuorese che li aveva conservati per tutto questo tempo, forse senza attribuire solo l’importanza che meritano» spiega Annico Pau nell’introduzione al volume da lui stesso curato e pubblicato da Carlo Delfino editore.

Un libro che riproduce integralmente (con le dovute e necessarie correzioni del professor Alessandro Esposito Pinna) non soltanto le trentasei poesie inedite, ma anche altre nove liriche “poco note” e quarantuno composizioni già pubblicate ma emendate da Bustianu, ormai sofferente a causa di un colpo apoplettico che lo lasciò con una paralisi alla parte destra del corpo, nel marzo 1908, a pochi mesi di distanza dalla morte della figlioletta Raimonda.

Scomparso nel 1914, Sebastiano Satta se ne andò lasciano ai posteri una silloge destinata a segnare il tempo, i “Canti barbaricini” («fatti stampare a Roma, con l’interessamento del fratello Giuseppe, nel 1910» ricorda Manlio Brigaglia nella nota introduttiva al nuovo libro), a cui seguì la raccolta postuma “Canti del salto e della tanca”, del 1924. Laico anticonformista, avvocato poeta tra i più amati e popolari in Sardegna, Bustianu lasciò poi anche questo quaderno riapparso dal nulla nel 1955, a casa di Salvatore Cucca, nipote di Francesco Cucca, scrittore e poeta nuorese anche lui, noto per le sue avventure in Algeria, Tunisia e Marocco, amico fidato dell’intellettuale e giornalista Attilio Deffenu. «Nel corso di un nostro incontro nella sua casa a Mentana, a pochi chilometri da Roma, il professor Salvatore Cucca, che è scomparso di recente all’età di 98 anni – racconta Annico Pau –, si esprimeva in un ricercato e fluente nuorese, e fu lucido e prodigo di ricordi. Mi disse di rammentare poco del quaderno, e di aver dato a suo tempo in prestito varia documentazione, pervenutagli dallo zio Francesco, per una mostra tenutasi a Nuoro sulla figura del poeta sardo-arabo; e che questo materiale, con suo rammarico, non gli era stato restituito». Fortunatamente il famoso quaderno perduto era stato digitalizzato «circa quindici anni fa dall’ingegner Simone Seddone, che partiva da un mazzo accartocciato di fotocopie anonime fornite, gentilmente e disinteressatamente, dallo stesso Salvatore Cucca» spiega ancora Annico Pau, ex sindaco repubblicano di Nuoro (ha guidato la città dal 1981 al 1983) e grande appassionato di storia risorgimentale, «nuoresissimo» lo definisce Alessandro Esposito Pinna. È quest’ultimo che entra nel merito e nei dettagli di questi “Canti perduti” di Sebastiano Satta.

«Di taglio descrittivo o inventivo, diversificate nella tematica, nella struttura metrica e nel registro linguistico talvolta – spiega –, queste liriche ridate alla luce non mancano di un apprezzabile livello poetico, siano esse di inclinazione elegiaca e di rinnovato sentimento romantico; o di colorito ironico-satirico; o, più spesso, di tono drammatico (di argomento personale-autobiografico), o di taglio veristico (sull’emarginazione delle classi popolari». Esposito Pinna segnala che i “Canti” ora tornati alla luce, non differiscono generalmente da quelli editi e ben noti, tranne qualcuno di più modesto livello

lirico o atipico nei contenuti. In molti casi di tratta di sonetti, non mancano tuttavia le elegie, le odi e le composizioni libere che «risentono degli influssi della lirica classicheggiante del Carducci, o di quella intimistica del Pascoli; non poche si rivelano composizioni di maniera».

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