“Sulla stessa barca”, il docufilm di Muresu selezionato a Milano

Il lavoro della regista sassarese al festival “Sguardi altrove”. Le storie di attesa e speranza dei migranti nell’isola

SASSARI. Dalle coste della Libia a quelle sarde. Sono i due estremi del viaggio che ha portato Toni, siriano, e Sulayman, marocchino, ad incontrarsi in un Centro di accoglienza della Sardegna nord-occidentale. Una stazione intermedia tra passato e futuro, dalla quale ripartire, quando la loro richiesta d'asilo sarà accolta, per costruire un'occasione di libertà. Toni e Sulayman, insieme ad altri giovani migranti, sono i protagonisti del documentario "Sulla stessa barca" della regista sassarese Stefania Muresu, selezionato a Milano al festival internazionale "Sguardi altrove" che da venticinque anni offre una panoramica autorevole sulla regia femminile a tematica sociale. Il lavoro di Muresu, prodotto da Roda Film e 4Caniperstrada, in collaborazione con l'attivista eritreo Gabriel Tzeggai dell'Archivio Memorie Migranti, sarà in proiezione a Milano il 18 marzo. Poi, dopo un primo passaggio, lo scorso ottobre, al festival IsReal di Nuoro, dovrebbe arrivare nelle rassegne di cinema sarde.

«"Sulla stessa barca" nasce - racconta l'autrice - , come una ricerca documentaria indipendente a partire dal 2014, quando in Sardegna sono iniziati ad arrivare i primi flussi di richiedenti asilo e abbiamo sentito la necessità di provare a raccontare un cambiamento nel paesaggio umano dell'isola».

Un tentativo di racconto che Stefania Muresu, laureata in sociologia a Urbino, ha già articolato, insieme al collettivo 4Caniperstrada, in altri film dedicati non solo ai migranti, ma anche alla tutela ambientale e alle prospettive occupazionali nella Sardegna del nuovo millennio. Anche in "Sulla stessa barca", come nei lavori precedenti, la regista sassarese adotta la «prospettiva dell'auto-rappresentazione e una co-regia firmata da alcuni dei protagonisti del film».

In questo senso, nella prima parte del lavoro, è molto efficace il montaggio alternato della quotidianità nel centro di accoglienza, con i momenti di preghiera collettiva degli ospiti di fede musulmana, e le immagini dei festeggiamenti del Natale nella comunità ospitante. Una sorta di soggettiva libera indiretta, che rappresenta, spiega Muresu, «momenti di "interazione" e scoperta del territorio e della comunità locale, visti dagli occhi straniati di chi si fa una foto ricordo con Babbo Natale, o sente gli spari dei petardi come suono di festa. Sono inquadrature - prosegue - che colgono l'incipit di un primo scambio tra i migranti e i residenti, uno sfiorarsi tra culture visto sempre dal punto di vista dei richiedenti asilo».

Nel film, girato in un bianco nero suggestivo che restituisce il senso d'attesa di chi si trova nel limbo tra passato e futuro, il mare è una presenza fisica e simbolica. Il centro di accoglienza si trova lungo il litorale del nord-ovest della Sardegna («non ho voluto identificare la struttura, simile a mille altre», dice la regista) e «posare lo sguardo sulla linea dell'orizzonte, in un'isola, ha molteplici significati. I migranti guardano da dove sono arrivati e restano increduli anche di scoprire che si trovano in un territorio dalle frontiere naturali», spiega Muresu.

Da qui un senso di sospensione, che trova una metafora potente nella costruzione di una capanna tra gli alberi da parte di alcuni richiedenti asilo. Un riparo dove condividere un bicchiere di tè tra amici e recuperare le forze, in attesa del documento che aprirà le porte di una nuova vita.

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