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Un carcere minorile a misura d’uomo? Lo simuliamo in 3D

Un carcere minorile a misura d’uomo? Lo simuliamo in 3D

Gli architetti elaborano le proposte di detenuti, personale e volontari: la collaborazione tra l’Istituto di Quartucciu e l’Università di Cagliari

La tecnologia e la buona architettura insieme per fare stare meglio chi è detenuto in un carcere. Intento nobile in qualsiasi caso, figuriamoci se gli ospiti sono ragazzini sotto i diciotto anni. Il principio è chiaro: gli ambienti – i corridoi, il cortile e gli spazi comuni, le cucine eccetera – con i quali si è costretti a convivere non devono essere una pena aggiuntiva a quella già stabilita dal giudice. Ed è stato il leit motiv di tre tesi in architettura discusse tre settimane fa da tre studentesse, ora dottoresse, proprio all'interno del carcere minorile di Quartucciu. Il progetto nasce dalla convenzione tra il Dipartimento di Ingegneria civile, ambientale e architettura (Dicaar) dell’Università di Cagliari ed il Centro per la Giustizia minorile per attività didattiche e di ricerca. Titolo: “Fuori Luogo - ripensare gli spazi di vita all’interno dell’Ipm di Quartucciu con i suoi abitanti”, guidato dalla professoressa Barbara Cadeddu. Tre tesi affascinanti. La più tecnologica di tutte è quella firmata da Giulia Rubiu: “La strategia Building information modeling and management applicata al caso studio dell'Ipm di Quartucciu”. La seconda fase del lavoro è stata condotta sotto la guida della professoressa Emanuela Quaquero, docente per il Laboratorio integrato di progettazione tecnologica.

Usati da Rubiu strumenti come Building information modeling (Bim), realtà virtuale (Vr) e la realtà aumentata (Ar) nella gestione del progetto proposto per la riqualificazione dell’istituto. «L’impiego della metodologia e degli strumenti Bim – spiega Rubiu – associati alla realtà virtuale e alla realtà aumentata mi ha condotto ad una proposta per la risoluzione delle criticità emerse dal modello partecipativo tradizionale. Tra i vantaggi dell’impiego di tale innovativo modello ritengo necessario evidenziare la rapida comprensione e condivisione delle scelte progettuali, il superamento della barriera delle competenze linguistiche e tecniche, il miglioramento del dialogo con le parti sociali più deboli, in questo specifico caso i principali fruitori dei risultati della progettazione, il valido supporto all’architetto nel suo critico ruolo di mediatore».

Il Bim per esempio favorisce le migliori condizioni possibili per l’integrazione di tutti i soggetti coinvolti nel processo di progettazione. Le simulazioni consentono insomma di capire subito se i suggerimenti proposti – in questo caso da detenuti, volontari o personale che lavora in carcere – possono funzionare. La tecnologia favorisce insomma una costruzione “partecipata” del carcere ideale. Poi realtà virtuale e realtà aumentata. La prima consente – attraverso l'uso congiunto di uno smartphone e di un visore – una totale “immersione” nei risultati delle scelte “vivendo” (virtualmente ma molto realisticamente) quello che si è progettato. La realtà aumentata, quella per intenderci di Harry Potter che consente di far animare la fotografia di un giornale, consente poi di allargare ulteriormente lo sguardo. L’impiego di uno smartphone, dotato di fotocamera e di un’app, permette di scansionare una pianta. E sovrapporre a quest’ultima
un modello 3D con informazioni aggiuntive.

Il risultato: il video finale mostrato da Rubiu nell'esposizione della sua tesi ha fatto vedere un istituto di pena all'avanguardia, pieno di colore e di luce. Un messaggio di speranza per chi sta cercando di uscire da un tunnel.

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