Il cinema contro il colonialismo culturale

Incontro con il regista colombiano Felipe Aljure ad Asuni per il festival “Terre di confine”

ASUNI. Colombia e Sardegna unite dal cinema. Grazie al festival “Terre di confine” che ogni anno mette a confronto film che si fanno nell'isola con le opere più significative di altre cinematografie emergenti. In questa undicesima edizione, oggi la chiusura ad Asuni, fari puntati su quella del Paese sudamericano che si è imposta recentemente come una delle più interessanti a livello mondiale.

Tra gli esempi di questa felice stagione per il cinema colombiano anche i film di due registi arrivati in Sardegna per il festival organizzato dall'associazione Su Disterru: Felipe Aljure e Carlos Tribiño. Il cinema come mezzo di autorappresentazione contro gli stereotipi imposti dalle grandi produzioni americane e per raccontare il presente del proprio Paese sul quale pesano decenni di guerre fratricide. Uno sviluppo interno che deve molto a una legge di settore, varata nel 2003, che in quindici anni ha cambiato nei numeri, e non solo, la cinematografia colombiana. Alla sua stesura ha lavorato in prima persona Felipe Aljure, ospite ad Asuni: «Io credo che avere una voce propria da un punto di vista cinematografico – sottolinea il regista colombiano – sia fondamentale perché il colonialismo culturale ha spesso imposto scelte sul modo di pensare e vedere la vita. È importante quindi che realtà come quelle della Colombia e della Sardegna possano avere una loro voce anche grazie a leggi che favoriscono la realizzazione di film con uno sguardo diverso, per offrire al pubblico più punti di vista».

I lavori da regista di Aljure lo fanno tramite un linguaggio che, come dimostrano i suoi lungometraggi “La gente de la Universal” e “Tres escapularios” proiettati durante il festival, anche formalmente hanno segnato una svolta nel cinema colombiano. «Sono film nati e cresciuti liberi – spiega l'autore – non affiliati a un cinema classico o un altro modo di narrare. Storie che hanno trovato il loro linguaggio audiovisuale».

Una personalità che si ritrova anche nel lavoro di Carlos Tribiño, altro regista arrivato da Bogotà ma che si è specializzato a Barcellona dove ha studiato anche Marco Antonio Pani, direttore artistico di questa edizione di “Terre di confine”. «Non ci vedevamo da diciassette anni – racconta Tribiño – e sono contentissimo di essere venuto qui a scoprire la Sardegna. E poi adoro il cinema italiano: Antonioni in particolare». Del regista è stato proiettato “El silencio del rio”" che affronta dal punto di vista delle vittime, senza mostrare guerriglieri e paramilitari, il problema del conflitto interno in Colombia. «Per scriverlo
sono partito da una fotografia vista su un giornale dove si vedeva un corpo su un fiume con sopra un avvoltoio».

Oggi chiusura del festival al Museo dell'emigrazione di Asuni. Tra gli appuntamenti la proiezione del film “L'accabadora” e l'incontro con il regista Enrico Pau.

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