«Dall’isola al mondo una generazione che cerca un futuro»

Intervista con Paola Soriga: il suo “La stagione che verrà” nella collana di romanzi Scrittori di Sardegna  

Dora, Agata e Matteo sono i tre giovani protagonisti della “Stagione che verrà”, il romanzo di Paola Soriga che da venerdì sarà in edicola con la Nuova per la collana “Scrittori di Sardegna”.

Dora, Agata e Matteo, il disincanto di una generazione. Ma anche l’incanto… La voglia di libertà, di autenticità, di un futuro … Nessuna resa, mi sembra. Invece un percorso nuovo, tutto da trovare e da sperimentare.

«Dora, Agata e Matteo fanno parte di una generazione che è diventata adulta nel pieno della crisi economica, sono cresciuti, nell’euforia degli anni ’90, con la televisione commerciale che per la prima volta univa tutti da nord a sud, dalle campagne alle città. Cresciuti con la convinzione che se avessero studiato avrebbero potuto fare qualunque cosa. Ci siamo ritrovati, invece, a essere più poveri, instabili e confusi della generazione dei nostri genitori. Viviamo la mancanza di lavoro come un fallimento personale, ci deprimiamo e spendiamo in analisi i soldi che non guadagnamo. Dora, Agata e Matteo provano però a vivere cercando comunque l’incanto; provano, dando per scontata la situazione generale, a non lasciarsi abbattere dal disincanto. L’instabilità, la frammentarietà delle loro vite, che ho cercato di rendere anche attraverso lo stile e la composizione della storia, è compensata dalla ricchezza di persone, occasioni, luoghi, studi e lavori, amicizie e amori».

“La stagione che verrà” viene dopo “Dove finisce Roma”, il tuo libro ambientato nella capitale mentre la guerra sta per finire. Una storia di resistenza. Ma anche quella di Dora, Agata e Matteo è, a suo modo, una storia di resistenza…

«È vero: per me, in qualche modo, si tratta dello stesso libro. Nel senso che ci sono molti fili a legare i due romanzi, fra cui proprio questo: in entrambi i casi i personaggi devono provare a inventarsi una strada in un tempo di macerie, tutto da ricostruire. I versi di Wislawa Zymborska che aprono “La stagione che verrà” indicano proprio questo: “Come vivere? – mi ha scritto qualcuno a cui io intendevo fare la stessa domanda. Da capo, e allo stesso modo di sempre, come si è visto sopra, non ci sono domande più pressanti delle domande ingenue”. Resistenza nel senso di scegliersi una parte, di avere la libertà come valore fondamentale, di rifiutare prepotenze e soprusi, di prendersi cura dell’altro. Che è quello che fanno ogni giorno, per esempio, gli insegnanti come Matteo, o chi lavora più in generale con i ragazzi, ma anche con le donne vittime di violenza, con i migranti, con i senza tetto, con gli ultimi, insomma».

E sono anche, quelle dei tuoi due romanzi, storie di amori non corrisposti… Un caso, una scelta?

«Una scelta. Sono anche due romanzi d’amore. Il tentativo è stato quello di non renderli, per questo, sentimentali. Per l’esattezza, come fai notare tu, sono sttorie di mancanza d’amore, e questa è, banalmente, la mia urgenza narrativa. Nel caso della “Stagione che verrà” c’è anche il tentativo di rappresentare il modo in cui sono cambiate le relazioni sentimentali, anch’esse frammentarie, spesso difficoltose o comunque da vivere in altri modi rispetto a quelli ideali con cui siamo cresciuti».

E c’è la Storia in entrambi i libri, il teatro della grande storia dentro il quale si muovono le storie di donne e uomini e bambini. Un sentimento forte del tempo storico. E insieme un sentimento forte della vita, “la vita nuda”, indifesa e innocente ma anche resistente di fronte alla Storia…

«Credo che questa sia, per me, la grande lezione del romanzo italiano del Novecento: è questo tipo di sguardo che mi hanno insegnato Morante, Pavese, Fenoglio, Vittorini, Viganò… Personaggi che vivono dentro il loro tempo, a qualunque ambiente sociale appartengano, che sono connessi con le persone, i luoghi, gli eventi».

Che cosa c’è nei tuoi due romanzi dell’esperienza che hai fatto, prima, con la poesia?

«La tendenza alla sintesi, l’attenzione alla parola, il tentativo di dire “con la massima semplicità le cose essenziali” – uso le parole della scrittrice catalana Mercè Rodoreda – e al suono, al ritmo, il tentativo di coniugare la parola letteraria con quella quotidiana. In generale, forse, l’idea che la differenza fra le storie la fa il modo in cui vengono scritte e raccontate, più che le storie in sé stesse. Per questo per me è fondamentale rileggere a voce alta le pagine scritte, è una prova a cui sottopongo qualunque cosa scriva. Ho avuto la grandissima fortuna e l’enorme privilegio, di condividere quest’abitudine con lo straordinario editore che è stato Severino Cesari, senza il quale, permettimi di approfittare di quest’occasione per sottolinearlo, i miei romanzi, e in particolare “La stagione che verrà”, non sarebbero quello che sono».

Sono anche, i due romanzi, storie di lontananza dall’isola. Vissute da due generazioni diverse. Con quali differenze tra la Ida di “Dove finisce Roma” e Dora?

«La mia è la prima generazione che ha la possibilità di anadare via con facilità dall’isola, quella dei voli low cost e dell’Erasmus, la prima, anche, che può permettersi di tornare senza che il ritorno sia vissuto come un fallimento, che ha un rapporto più fluido, concedimi il termine un po’ abusato, con i luoghi. Ida è partita da ragazzina e non è tornata indietro, Agata, Dora e Matteo possono permettersi di farlo, possono permettersi di mantenere un legame vero con l’isola anche nell’assenza. Anche perché è la Sardegna a essere cambiata: più aperta al mondo, più viva sul piano culturale, offre a chi è andato fuori a studiare e formarsi la possibilità di tornare a investire energie
e esperienze. Ho diversi amici che hanno avuto voglia di tornare e che hanno trovato i modi di farlo».

E il tuo, di rapporto con la Sardegna?

«Difficile da definire. Se ci provo le parole che trovo sono: forte, viscerale, contraddittorio, mai risolto».



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