Savina Dolores Massa La scrittura che dà voce agli ultimi

Venerdì in edicola “Undici”, storia di migrazioni e naufragi Con il giornale il decimo romanzo di “Scrittori di Sardegna” 

«Sono sempre stata avida di storie», diceva alcuni anni fa Savina Dolores Massa a Max Ponte che la intervistava per il sito Nazioneindiana. Quell’avidità che la portava a leggere «compulsivamente di tutto» fin dall’infanzia – e poi, più avanti: «Sartre e De Beauvoir assieme a Marquez e a Marx a sedici anni. Ma ancor prima Kerouac, Ginsberg, Hemingway, Durrell, insomma, un po’ tutti gli autori americani. Borges, Amado e sempre Marquez fin quando ha conservato lucidità. Anna Maria Ortese, Goliarda Sapienza, Morante, Pamuk, Woolf, Amelia Rosselli, Majakovskij, Giulio Angioni, Sexton, Gualtieri, Achmatova. Anche molti gialli e tanta fantascienza. Anche fumetti porno. Mi fermo così, leggo e amo le mille differenze tra un autore e l’altro. E apparentemente dimentico, invece so come tutto si sia fatto universo nella mia memoria. Rosselli che litiga con Ortese, Woolf innamorata di Majakovskij, Sexton consolata da Sapienza, e via sognando» –, un giorno ha preteso da lei un altro tipo di impegno: non più solo storie da conoscere attraverso le parole altrui, ma anche storie da narrare con le sue, di parole.

La Massa, lavoro fisso e buono stipendio, decide di cambiare pagina, votandosi in tutto e per tutto alla scrittura. La scelta origina una «libertà colma di sacrifici», è vero, ma in lei non affiora mai l’ombra del pentimento. Nel 2007 il primo riscontro circa la bontà della sua opera è dato dall’entrata nella rosa dei finalisti al Calvino, il più importante premio italiano per esordienti. Un anno, e quel manoscritto che si era così ben distinto segna l’esordio ufficiale, per Il Maestrale: il titolo è “Undici”, ed è il libro che i lettori de La Nuova troveranno da venerdì in edicola per il nono appuntamento con la collana “Scrittori di Sardegna”.

Undici sono i giovani africani rinvenuti senza vita a bordo di un’imbarcazione in acque vicine ai Caraibi: avevano lasciato il loro Continente in cerca di un destino migliore, sono andati incontro a una morte atroce. Partendo da un fatto di cronaca del 2006 Savina Dolores Massa, «per un’urgenza del cuore, per una “protezione” verso un fenomeno di aridità umana inconcepibile: le migrazioni», dà voce alle vittime disegnandone i giorni, le speranze, gli affetti con quella cifra stilistica altamente evocativa che caratterizzerà anche ogni sua prova futura. Con “Mia figlia follia” del 2010 (tradotto in Francia da L’Ogre cinque anni più tardi) l’attenzione si sposta su un’altra figura che si muove (o meglio: che viene relegata) ai margini del mondo, Maddalenina, cinquantenne sui generis – i poveri d’animo la definirebbero “la scema del paese” – che vuole diventare madre. Neanche uno dei tre uomini che ha designato come potenziale padre è in grado di assolvere al compito, ma per la protagonista non è un problema: la sua pancia si gonfierà comunque.

Da più parti si chiama in causa il realismo magico (ma: «Se nella mia scrittura alcuni notano atmosfere sudamericane, è perché non hanno mai conosciuto Maria Carta, o Petronilla, o Rebecca, o Tommaso. E Peppina, l’hanno mai incontrata? Ebbene, io ho avuto questa fortuna, e giuro sul mio cane che non eravamo a Macondo, ma in Sardegna. Altro che Sud America!», ribatte la Massa), mentre Giovanni Nuscis sottolinea nel blog “La poesia e lo spirito” la «affabulazione giocosa e godibile, la fluidità del dettato, l’originalità e forza descrittiva» di questa seconda fatica, così lontana «da certo immaginario scontato e prevedibile» e «dalla povertà sintattica che contraddistingue molta narrativa seriale».

I successivi “Ogni madre”, composto da tredici racconti in cui si uniscono vicende individuali e vicende collettive di Sardegna tra il 1870 e gli anni Sessanta del Novecento, e “Cenere calda a mezzanotte” («un magnifico romanzo verista di stile nitidamente massiano, intinto nell’inchiostro fatato di una scrittrice che non smette di celebrare la vita portando con sé un carico zeppo di odori pronti a far rivivere il passato, e, come valichi del “possibile nell’impossibile”, echi di fragranti risa», scrive in proposito Grazia Calanna su “La Sicilia”) ribadiscono la spiccata personalità dell’oristanese, che trova ulteriore conferma nel 2016 con “Il carro di Tespi”, “liberamente ispirato alla figura del commediografo oristanese Antonio Garau (1907-1988)”.

Un anno dopo, sempre per Il Maestrale, esce “Per assassinarvi – Piacere, siamo spettri”, che presenta una Massa apparentemente inedita. Lo è, a ben vedere, solo dal punto di vista editoriale, perché è in questo volume che vengono raccolti per la prima volta i suoi versi – quei versi che però l’autrice compone da sempre, e grazie ai quali ha ricevuto nel corso del tempo numerosi riconoscimenti (tra i tanti, il Premio Marguerite Yourcenar e il Premio La Città dei Sassi). È lei stessa a dare la misura della rilevanza della poesia nella sua arte: «Amo la poesia, considerandola la migliore espressione di scrittura, di rappresentazione dell’umanità
sincera. Ne scrivo tantissima. Lei arriva come nebbia sopra ogni mia parola: è inevitabile. Pur cruda sa possedere una sua dolcezza. Non saprei mai scrivere senza la sua compagnia. Certe volte ci provo, snaturandomi, ma torno all’istante dalla mia anima».

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