Bellezza e solitudine, l’isola narrata fuori dai luoghi comuni

Intervista con l’autrice Savina Dolores Massa. Il suo romanzo “Undici” nella collana Scrittori di Sardegna 

Di Savina Dolores Massa La Nuova propone ai lettori, a partire da venerdì prossimo nella collana “Scrittori di Sardegna”, il romanzo d’esordio, “Undici”. Quest’intervista serve a definire il profilo di un’autrice importante, che ha seguito, con enorme coraggio e con straordinaria coerenza, un percorso originale e di fortissima valenza letteraria.

Nei tuoi romanzi si alternano una vena realistica e una prepotentemente fantastica. Due facce di un’unica medaglia?

«È la vita capitata a me, ma non soltanto. Il termine empatia tanto usato in questi tempi diluvia nelle mie pagine. Mettersi nei panni di altri con totale dimenticanza di se stessi fa sì che possano nascere i personaggi letterari. Capire che io non avrei agito in quel modo in determinate circostanze non mi impedisce lo sforzo di comprendere perché uno è un assassino, o una bambina di tre anni, un migrante, un folle, un cieco. Una pietra innamorata. La realtà e la fantasia sono una la salvezza per l’altra. Sono un equilibrista sul filo che sceglie di non volere rete protettiva sotto. Il pubblico quanto può essere empatico? Quale divertimento sarà maggiore per il pubblico: vedere l’equilibrista precipitare o vederlo salvo? Il realismo e il fantastico per me sono situazioni perfettamente identiche. Il divario lo vede il lettore, io no».

In tutti i tuoi libri si sente la voce degli umili, di donne e uomini che la Storia ha messo da parte.

«È vero, narro gli umili, più chi patisce che chi gode. La Storia non è stata fatta soltanto dai noti a tutti, o da chi ha avuto maggiori opportunità di una vita con minori affanni. Ingenuamente credo di portare una forma di riscatto a quanti hanno sofferto tanto. Mi viene naturale scrivere di loro, spiegando e spiegandomi che la Bellezza sa risiedere perfino nelle fogne. È anche un incitamento alla reazione, rivolto a oltre metà del pianeta seduta nel proprio pianto. Vengo inoltre da una famiglia che fu tra le più povere della mia città, Oristano. Sono stata tra gli ultimi per parecchio tempo. So che cosa ha significato e che cosa ha tatuato nel mio andare. Non dimentico nulla».

Un altro dato che caratterizza i tuoi romanzi è la forte tensione poetica della scrittura.

«Non risolvo nulla, lascio andare. Non rifletto, non conto, non mi censuro. C’è il momento della prosa, c’è il momento strettamente poetico. Nei miei lavori capita spesso e volentieri di incontrare prosa poetica meticciata alla poesia in prosa. Non preparo strutture, esondo. Tutto accade come non fossi io a scrivere. Non intendo accontentare coloro che mi vorrebbero più asciutta, sintetica, di facile lettura. Io sono viva così, lascio la sintesi e la compostezza all’eterno periodo che trascorrerò sotto una lapide».

Più volte hai manifestato insofferenza verso l’etichetta di “scrittori sardi” ...

«Gli scrittori sardi. Spesso ho visto miei conterranei illuminarsi, al loro passaggio, fino al nervo ottico, allo stesso modo in cui può accadergli rosicchiando porcetto arrosto. E sventolare per loro bandiere con i Quattro mori. È capitato anche a me, causandomi orrore assoluto. Vale anche per altri artisti, di solito verso chi l’isola l’ha lasciata nelle maniere che per sé ha ritenuto confacenti. E allora, che accade al sardo rimasto qui nei suoi giorni sempre identici, nelle facce sempre quelle, sempre sempre quelle. Che cosa figliano le lucertole? Lucertole. Mai un airone. Lucertole. Dunque che accade al sardo? Si abbranca all’idolo, a ciò che non si è riusciti a divenire, purché possibilmente l’idolo – nei propri lavori – citi l’isola, e noi tutti, nei secoli dei secoli. Bene, io la Sardegna la amo e l’ho narrata praticamente in tutti i miei romanzi, perché mi andava. Questo non significa che debba essere così all’infinito. Mi è pena abbastanza essere imprigionata fisicamente da un mare, non obbligatemi a imprigionarmi la mente in nome di un orgoglio sardo sempre più sull’orlo del ridicolo».

Problematico, quindi, il tuo rapporto con il tema dell’identità?

«La Sardegna è una commozione muta. Una felicità da ammirare in ogni suo anfratto. Una nostalgia nonostante i piedi cementificati al suolo. Ma è anche una deriva di nave. Sola in mezzo al mare. Una fortuna esserci nati. Ma abbiamo un tasso di suicidi altissimo e i Centri di salute mentale esplodono. Perché? Perché, dentro tanta bellezza, siamo un popolo al quale si rattrista il cuore? Non lo so. So che io, quando giro per luoghi, avverto un dolore che mi lascia tramortita. So che i nostri carnevali sono funebri. So di voler fuggire spesso e come me altri. Invece si resta. Nel mio caso si scrive. Mi capitò alcuni anni fa di lasciare l’isola per sei mesi. Ero in un posto magnifico. Eppure – e non è mia abitudine – telefonavo a mia madre anche due volte al giorno e al rientro al porto di Olbia urlai tanto da frantumarmi le tonsille. Urlai la felicità del ritorno. Qualunque cosa mi riservasse, dovevo essere in Sardegna. Capii allora che non avrei mai più potuto lasciarla, anche se scrivo in lingua italiana. Anche se non mi farei mai un vestito con la nostra bandiera; anche se il ballo sardo mi angoscia; anche se non ritengo cibo, persone, luoghi di Sardegna migliori di altri sparsi per il mondo. Siamo gente con un dna come tanti altri oltre il mare».

La tua storia personale e credo anche la tua storia familiare non sono state estranee alle idee e alla pratica politica della sinistra. E oggi?

«Non mi ero mai trovata a vivere un simile caos, dove un centinaio di omìni e donnine sta giocherellando con la vita degli italiani, sardi compresi. Non mi pare di aver neppure intravisto una differenza tra sardi e italiani, alle ultime Politiche. Ma preferisco guardare alla Sardegna. Sul Pd nulla da dire: semplicemente non c’è. Le forze di destra hanno accontentato i tanti razzisti e fascisti nostrani. I Cinquestelle hanno gettato la lenza nel nostro mare e i disorientati sono finiti sull’ultima
spiaggia, a mangiare, per restare però senza verme in bocca e con l’amo conficcato in gola. Direi che i sardi non sono stati magnifici. Se ne hanno consapevolezza, non so. Noi tutti dovremmo guardarci allo specchio e dirci: “Non siamo migliori affatto”».

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