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L'attore che da bambino interpretò Gavino Ledda in Padre e Padrone: «Quel film che non volevo fare»

A Cagliari Fabrizio Forte, interprete nel film del 1977 diretto dai fratelli Taviani

CAGLIARI. Occhialini squadrati, presenza discreta, lo sguardo timido, a tratti quasi malinconico. A guardarlo così Fabrizio Forte è proprio la classica persona normale. Difficile immaginare che quest’uomo oggi cinquantenne e con un lavoro da impiegato in un’azienda di spedizioni, abbia un passato da attore. Eppure da bambino, tra spot televisivi e cinema, ha avuto una sua carriera. A consacrarlo al successo è stato, nel 1977, il film “Padre padrone” dei fratelli Taviani: aveva appena nove anni e gli fu offerto il ruolo dello scrittore Gavino Ledda bambino. «Non lo volevo proprio fare quel film: avevo i capelli lunghi e la sceneggiatura prevedeva che fossero tagliati a zero. L’idea mi era insopportabile».

A tanti anni di distanza, Forte parla per la prima volta di quell’esperienza: l’occasione è stata ieri la presentazione del documentario del regista Sergio Naitza “Dalla quercia alla palma: i 40 anni di Padre padrone”, iniziativa inserita tra gli eventi organizzati dalla Cineteca Sarda (in collaborazione con Regione, Fondazione Sardegna film commission, Rai Sardegna, Karel produzioni, Eja tv e Cinema Odissea) per celebrare i quarant’anni dall’uscita del film tratto dal libro autobiografico di Ledda e vincitore di una Palma d’oro a Cannes. «Tutto è cominciato nel 1974 con lo Zecchino d’oro – racconta Fabrizio Forte – Avevo presentato una canzone dal titolo “La Ciribiriccola” che entrò addirittura tra i brani del programma “Hit Parade”. Fu lì che un’agente cubana mi notò». Da lì agli spot televisivi il passo fu breve: il piccolo Forte fu tra i protagonisti di una pubblicità di bastoncini di pesce, poi di quella di un noto marchio di pasta italiana. Infine arrivò lo spot della Polaroid, diretto dai fratelli Taviani.

«Se dovessi pensare al motivo perché i due registi poi mi scelsero anche per il film ispirato al libro di Gavino Ledda, credo fosse per il mio grande impegno e perché per loro avevo la faccia giusta», riflette oggi l’ex bambino prodigio. Lui o nessun’altro: questo per settimane era stato il credo dei due registi che di fronte alla ritrosia del piccolo e di sua madre («lei era preoccupata dalle scene di sesso con gli animali e dal fatto che dovessi girare in mezzo a una natura selvaggia», ricorda Forte) non vollero mai arrendersi. «Per convincermi mi regalarono perfino un flipper, un gioco che per un bambino di quei tempi era la realizzazione di un sogno». Alla fine vinsero i fratelli Taviani, ma i capelli del piccolo Fabrizio non furono tagliati, mentre per le scene di sesso fu impiegata una controfigura.

«Di quei diciasette giorni di riprese in Sardegna ho diversi ricordi – prosegue Fabrizio Forte –: la campagna aperta e selvaggia, dove giravamo anche la sera tardi e con una grande intensità. La montagna che ci stava di fronte, che mi riportava alla mente le Dolomiti. E Cargeghe, un vero paese». Ma ci sono anche il ricordo del viaggio per arrivare nell’isola («Il mio primo volo») e quello delle scene girate e rigirate: «Paolo e Vittorio Taviani erano attentissimi a ogni particolare: la scena in cui il padre del piccolo Gavino porta il figlio all’ovile per iniziarlo al mestiere di pastore l’abbiamo rifatta almeno trenta volte».

Dopo quell’esperienza la vita da divo di Fabrizio Forte è durata ancora pochi anni: «Ho preferito una vita normale: la scuola, il lavoro da impiegato, mio figlio. A volte penso che avrei potuto continuare, che ho forse ho perso qualche occasione. Ma è un pensiero che non si è mai trasformato in rimpianto».