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Addio a Takahata grande maestro degli anime

Addio a Takahata grande maestro degli anime

Da Heidi allo Studio Ghibli con Hayao Miyazaki Sino al capolavoro “La tomba delle lucciole”

Per ricordarlo non si può che partire da un sentito, profondo grazie. Grazie per le emozioni regalate da storie indimenticabili. Grazie anche per le lacrime di dolore, inevitabili e necessarie alla visione di uno dei suoi capolavori: “Una tomba per le lucciole”. Le stesse lacrime che in tanti hanno faticato a trattenere alla notizia della sua morte. Se n’è andato, a 82 anni, Isao Takahata. Dopo una lunga battaglia con il cancro, tenuta segreta in coerenza con un atteggiamento che è sempre stato tipico del Maestro. Con il suo carattere tranquillo, schivo, ha sempre preferito tenere un basso profilo e lasciar parlare le sue opere. Lavori straordinari che ne fanno uno dei più grandi registi giapponesi di sempre, senza limitare il campo all’animazione al quale ha dedicato la sua vita. Laureato in letteratura francese, da giovane è grande ammiratore della poesia di Prévert che come sceneggiatore si avvicina anche all’animazione collaborando con Paul Grimault.

Un segno del destino per Takahata che trova la sua strada come animatore entrando sul finire degli anni Cinquanta alla Toei dove dirige nel 1968 il suo primo lungometraggio, “La grande avventura del principe Valiant”, e conosce Hayao Miyazaki. Con il collega e amico, di qualche anno più giovane, lascia in seguito la Toei per esprimersi con più libertà e negli anni Settanta è impegnato soprattutto nella realizzazione di serie televisive: con “Heidi”, “Marco – Dagli Appenini alle Ande”, “Anna dai capelli rossi” porta con successo sul piccolo schermo famosi romanzi (occidentali) di letteratura per ragazzi. Da uno scrittore giapponese, Kenji Miyazawa, riprende invece “Goshu il violoncellista” che adatta in un bel film nei primi anni Ottanta. Si spende quindi come produttore per l’amico Miyazaki che nel 1984 porta sul grande schermo “Nausicaa della valle del vento”.

Un successo che apre la strada alla fondazione dello Studio Ghibli con il quale entrambi realizzeranno le opere successive. Minori, ma solo di numero, quelle di Takahata che lo stesso Miyazaki ha amichevolmente accusato in più di un’occasione di pigrizia e disorganizzazione. Un modo diverso di concepire il lavoro, il processo creativo, quello del Maestro scomparso che nel 1988 porta nei cinema “Una tomba per le lucciole”. Film struggente, di stampo neorealista, che racconta gli ultimi mesi di vita di Seita e della sorellina Setsuko: dai bombardamenti al dramma della fame. L’infanzia distrutta dalla follia della guerra. Pochi anni dopo, nel 1991, arriva un altro capolavoro che ben caratterizza Takahata e il suo cinema d’animazione rivolto soprattutto agli adulti. “Pioggia di ricordi”, con protagonista una donna quasi trentenne (una scelta non consueta in un genere dove di solito i personaggi principali hanno l’età di bambini e ragazzi), è un poetico viaggio nei ricordi, con una cura per la rappresentazione dall’umanità e della vita quotidiana da far pensare a un film di Ozu.

Lo avvicina di più a Miyazaki il lungometraggio successivo, “Pom Poko” (1994), dove un gruppo di tanuki, creature della mitologia giapponese, lotta per difendere il proprio habitat contro l’espansione degli insediamenti umani. Del 1999 è “I miei vicini Yamada”, spaccato della vita di una famiglia media alle prese con i problemi quotidiani affrontato con ironia e una scelta formale molto originale. Nel 2005 inizia un progetto che culminerà solo nel 2013 e sarà il suo ultimo film: “La storia della principessa splendente”, basato su antico racconto popolare, rappresenta il testamento artistico del maestro giapponese che per questo lavoro è stato anche candidato agli Oscar.
Ma i vari riconoscimenti ottenuti, tra i quali spicca il Pardo alla carriera al festival di Locarno, sottolineano soltanto in minima parte il grande lascito di Takahata.

Un universo di sogni, poesia, emozioni che accompagnerà per sempre chi ha visto (e vedrà) le sue opere.

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