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Il prigioniero Z e il Generale Englander racconta Israele

Con “Una cena al centro della terra” lo scrittore ebreo affronta la questione palestinese Storia di destini incrociati e trascinati dalla politica di un conflitto che sembra irrisolvibile

Il nuovo romanzo di Nathan Englander, “Una cena al centro della terra” (Einaudi, pp. 238, 19,50 euro), entra prepotentemente – con la libertà della fiction – dentro una delle più delicate e irrisolte questioni geopolitiche mondiali, che occupa costantemente anche la nostra attualità: il rapporto tra israeliani e palestinesi. L’autore, ebreo-newyorkese (nato a Long Island e residente negli Stati Uniti, dopo aver vissuto diversi anni in Israele), ha creato una complessa storia di destini incrociati che interferiscono o vengono trascinati dalla politica di un conflitto che sembra insolvibile. Englander usa ogni strumento possibile, a partire dal thriller di spionaggio, in un quadro che si allarga da Gaza, Gerusalemme e il deserto del Negev fino a Berlino, Parigi e Capri (con una breve escursione a New York). Ma una volta che i personaggi rivelano le proprie identità il romanzo si piega a raccontare la storia dell’impossibile convivenza in Palestina, lasciando da parte il gioco delle spie – funzionale a creare la rete di relazioni fra loro – per concentrarsi attentamente sull’esistenza dei singoli individui. Questo però non prima che i piani temporali, obliquamente sovrapposti con perizia, trovino il loro senso.

Conosciamo il prigioniero Z.: «Come ha potuto un piccolo ebreo religioso di Long Island diventare un agente segreto israeliano che vive sotto copertura a Parigi, e ora un traditore del proprio paese di adozione?»; il palestinese Farid, che aiuta da Berlino il fratello combattente a Gaza con rifornimenti di materiale tecnologico; la cameriera “italiana” di un ristorante ebraico a Parigi, che giocherà un ruolo fondamentale lungo tutta la narrazione. Con loro si affaccia costantemente dalle pagine del libro il Generale, responsabile di tutti i movimenti dei protagonisti, ma ormai in coma da anni per un ictus, recluso in un “Limbo”, che serve all’autore per sbrogliare alcuni nodi storici fondamentali per la storia di Israele e della Palestina: lì troviamo – siamo ben oltre l’onirico – Ben Gurion, Moshe Dayan, Shimon Peres e persino Yasser Arafat che discutono fra loro.

L’obiettivo dello scrittore americano è dar voce a entrambe le parti (senza parteggiare con la propria identità per Israele), al fine di far emergere la necessità di una pace definitiva e l’agognata soluzione dei “due Stati”. Ma, contemporaneamente, è lucidissimo nel rilevare l’impossibilità che i due popoli – alla luce del lunghissimo conflitto e delle poche occasioni di pacificazione perdute, ricordate attraverso il “limbo” – possano trovare un accordo. Saranno alcuni individui, uomini e donne, a creare un microcosmo di convivenza, mentre la terra trema, i razzi palestinesi sorvolano Israele e i jet israeliani la Striscia di Gaza.

Per spingere in questa direzione all’autore non resta che la via dell’apologo: è l’amore tra una funzionaria del Consiglio di sicurezza israeliano e un mappatore palestinese ad annullare simbolicamente il tempo e lo spazio: dovranno celarsi tuttavia, per ora, sotto terra, mentre lo scontro infuria senza tregua. Englander – e non lo si scopre certo ora – ha grandissime capacità narrative, si muove nella complessità delle trame con agilità e chiarezza invidiabili; così come possiede un non comune senso della misura nelle descrizioni e nella costruzione psicologica dei personaggi.

Il risultato si specchia sulla lettura e sulla pressione che il lettore sente nel procedere a scoprire le carte. Ed è davvero eccellente la scelta di misurare un simile conflitto sulla dimensione delle singole esistenze. Certo, la scelta dell’apologo finale potrà non piacere: un'immagine di speranza così simbolica può sembrare una mossa facile e consolatoria, anche se, tra le righe, trasuda cristallina la sincera disposizione dell’autore.