Parco di San Leonardo Un paradiso tra storia e natura

Lecci secolari, ma poi anche roverelle, castagni, agrifogli e tassi La sorgente di Siete Fuentes e l’antica chiesa con le cumbessias 

Tra i pregi del Parco di San Leonardo, in territorio di Santu Lussurgiu, quello che cade per primo sotto lo sguardo è l’accessibilità. Quando si percorre la strada provinciale che dal paese conduce a Macomer è sufficiente fare sosta nel tratto in cui si è sovrastati da un tetto verde e ci si trova al suo interno. L’altra caratteristica è che il patrimonio naturale è reso ancora più vivo – e fruibile – grazie alla presenza di un nucleo abitato: è vero che le costruzioni che lo costituiscono sono di uso stagionale, ma vi si nota sempre qualche segno di vita, e il visitatore trova regolarmente aperto qualche locale per rifocillarsi. Ha così continuità un insediamento dalle origini antiche.

Il primo edificio del quale si ha notizia, e che per fortuna resta ancora oggi a impreziosire il compendio, è una piccola chiesa costruita nel XII secolo, che divenne poi non solo parrocchiale del villaggio che le sorse intorno ma, vista la salubrità del luogo, nel secolo successivo ebbe a fianco un ospedale (tra i primi dell’isola) che fu affidato ai monaci Gerosolimitani. Il tutto intitolato al francese San Leonardo, invocato come protettore delle partorienti e dei malati in generale, e poi anche patrono dei carcerati, come dice un «goso» che si canta per onorarlo: «Sos chi sunu tribulados / in sas cadenas morzende / su nomine tou invochende / prestu sunu liberados, / lebbrosos e appestados / curas de ogni dolore» (Tutti quelli che soffrono e muoiono nelle catene se invocano il tuo nome ritrovano ben presto la libertà, e sottrai a ogni dolore i lebbrosi e gli appestati). Con l’avvento del sistema feudale introdotto dagli Spagnoli i monaci, privati delle loro prerogative, chiusero l’ospedale e abbandonarono la località; e gli abitanti che si erano raccolti nel villaggio si trasferirono a Santu Lussurgiu. A dare continuità all’insediamento rimase soltanto la chiesa che, insieme alle «cumbessias» (i rustici rifugi per i novenanti che le formano vicino una sorta di chiostro), continuò a essere meta di pellegrinaggio e sede della festa che per tradizione vi si tiene ai primi di giugno. «I lussurgiesi hanno molta religione verso questo santo», scriveva Vittorio Angius verso la metà dell’Ottocento, «e in maggio vi sogliono andare molte famiglie per la sacra novena, nel qual tempo abitano in certe casipole costruttevi intorno».

Di tutto si può avere testimonianza con una breve passeggiata all’interno del parco, che si estende per cinque ettari. Un viale che si distacca dalla provinciale attraversa, lasciando sula destra la chiesa, il villaggio odierno e conduce in graduale salita fino allo spiazzo alberato dove sgorgano le fonti, le «siete fuentes» apprezzate per le qualità diuretiche delle acque. Tutt’intorno si stende la vegetazione, favorita dalla natura fertile e umida del terreno. In parte è quella spontanea, originaria in aree di alta collina come questa (siamo a 700 m slm): sono soprattutto lecci, ma poi anche roverelle, castagni, agrifogli e tassi. A questi sono stati aggiunti nel tempo abeti, ippocastani, olmi, aceri e, nei pressi della chiesa, dei cedri ritenuti piante salutari. Nel corso di un viaggio tra i grandi alberi
dell’isola Siro Vannelli segnalava anni fa un castagno monumentale che si leva non distante dalle fonti: alto venti metri, ne misura alla base quasi cinque di circonferenza; e si augurava che si salvasse dalle malattie, in un luogo dove tanti olmi erano stati uccisi della grafiosi.

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