La poesia s’immerge nel gorgo delle origini

Esce “L’infinito non finire”, raccolta di versi di Marcello Fois. Un viaggio attraverso l’intero ciclo della civilizzazione umana

Un’immersione nel gorgo delle origini attraverso la poesia. E’ “L’infinito non finire” (Einaudi, 80 pagine 10,00 euro), seconda raccolta di versi di Marcello Fois dopo “L’ultima volta che sono rinato” (Einaudi, 2006).

Un ritorno alla scrittura poetica. Perché? Spinto da cosa?

«La poesia è un contesto potente e sintetico, qualcosa che ti mette costantemente di fronte ai tuoi limiti. Chi pensa il contrario sbaglia di grosso. Che quest’ambito non sia la mia comfort zone lo attesta il fatto che la raccolta precedente, “L’ultima volta che sono rinato” appunto, ha ormai dodici anni. Tuttavia mi piace rischiare e cimentarmi con questo sistema così rivelatore proprio perché mi richiede un ulteriore salto di qualità nella capacità di selezionare immagini, parole, forme, figure. Al contrario che nella narrativa in questo contesto bisogna agire per sottrazione, ma una sottrazione che arricchisce, che arriva al punto senza troppi preamboli: una freccia che raggiunge il bersaglio esatto. Pensate dunque a quanti fallimenti costa un verso ben scritto. “L’infinito non finire” è un viaggio di anni in compagnia di questa severa coscienza di sé. E’ in qualche modo il resoconto dei miei successi e dei miei fallimenti nei confronti della scrittura. Sono un narratore che si è formato con la poesia. Qualcuno mi riterrà un incursore non autorizzato, ma posso assicurare che nessuno è più severo e cauto di me su questo argomento. Quelli presenti in questa raccolta sono tutti pezzi pensati per essere letti in pubblico con la musica. Per editarli in questa forma ho dovuto “rilavorarli”, farli anche da leggere. Ho scoperto solo allora che affrontano un tema costante, quello che lei ha giustamente definito il gorgo delle origini».

«Una Terra dove svettano torri in pietra e villaggi rotondi come le forme della Madre»: c’è anche la Sardegna dentro questa immersione nelle origini, fuori però da ogni arcaismo di maniera…

«Davvero non so cosa sia l’arcaismo. Capisco che esiste una visione “nostalgica” che a me non appartiene affatto. Anche quando ambiento nel passato le mie storie mi pongo sempre il problema preciso di non costruire ambiti in cui tutto era bello, tutto era buono, tutto era meglio. Il problema dei tempi in cui si vive è che siamo troppo impegnati a viverli per averne una visione oggettiva. Il passato ci pare sempre migliore e il futuro sempre imponderabile, ma la letteratura si gioca proprio sulla consistenza di un presente costante. Sul rendere i temi, e i tempi sempre vivi. Che cosa ci interesserebbe se no delle vicende di Ulisse o Enea? Non mi appartiene tuttavia nemmeno una visione tutta negativa della tradizione e del passato: per quanto mi riguarda occorre essere assolutamente moderni, come ha detto uno dei più grandi poeti dell’universo: Artur Rimbaud. E’ una costante gara a restare in equilibrio. Per noi sardi c’è in più la difficoltà di avere continuamente a che fare con la retorica di sé stessi. Con quel pensiero, spesso autolesionista, che ci vede sempre in credito e mai in debito, come se quello che siamo stati, che siamo, che saremo, dipenda sempre da agenti esterni, da qualcun altro, e mai da noi stessi. Ecco, la grande poesia è anche una presa di responsabilità, uno spazio aperto e non certo un pertugio autoconsolatorio in cui rifugiarsi».

E c’è la successione delle generazioni e il nominare il figlio, la generazione successiva al poeta che scrive… Ogni vita per quella successiva…

«Proprio perché vivente, non riesco a pensare alla poesia come atto testamentario. Provo a cimentarmi in qualcosa che assomiglia piuttosto a un auto da fé. Espongo le mie sconfitte. Occorre essere all’altezza di un mestiere complesso come quello genitoriale perché mettere al mondo una vita è la poesia più straordinaria che si possa scrivere. Un poeta genera responsabilmente figli ipoteticamente antagonisti, che pretendono cioè di vivere la propria vita, coltivare le proprie opinioni, prendersi i propri rischi. Come nell’essere genitori, anche nell’essere poeti o scrittori, il risultato più grande è l’autonomia. I figli autonomi ti fanno soffrire, ma ti danno anche soddisfazioni indicibili. Lo stesso accade nella scrittura: un verso ben riuscito, un racconto ben riuscito, un romanzo centrato, devono funzionare anche quando entrano in mondi diversi da chi scrive. Lo scrittore che ha bisogno di assistere uno per uno i suoi lettori non è un gran scrittore: è come un padre che ha generato figli troppo dipendenti».

“L’infinito non finire” si apre con “Dal silenzio”, un oratorio per i morti sull’Arandora Star. Con l’Epilogo: “Ecco, a voi tutti, solo ricordateci. Solo ricordateci”. Ancora il filo che lega la scrittura alle vite passate.

«E’ evidente che l’argomento Memoria è per me dirimente. E’ probabile che, alla fine, sia l’unico argomento di cui ho parlato, parlo, parlerò, nella mia scrittura. La vicenda dell’Aranadora Star è quasi sconosciuta, ma ha riguardato oltre 400 italiani morti in seguito all’affondamento della nave in cui si trovavano durante la seconda guerra mondiale, per un siluro tedesco. Non si trattava di italiani qualunque, ma in qualche modo di cittadini, emigrati da tempo e ormai integrati in Inghilterra, che improvvisamente diventano “nemici” in quanto provenienti da una nazione ostile. Per questo vengono arrestati, internati e ridotti a profughi su grandi navi che dovevano trasferirli dal suolo inglese ai campi di prigionia in Australia. Proprio durante uno di questi viaggi, carica di profughi italiani – anche noi siamo stati profughi – l’Arandora Star viene affondata da un missile lanciato da un U-boat nazista. Tutti i prigionieri muoiono in mare. I loro corpi vengono trascinati a largo o depositati dalle onde nelle coste e nelle isole della Scozia. Ora è chiaro che di questa storia mi interessa soprattutto il valore memoriale. Il peso che ha dal punto di vista di una storia recente in cui anche noi come cittadini siamo stati costretti a fuggire da un conflitto terribile per cercare accoglienza altrove. Come disse Primo Levi: «Se è successo vuol dire che può capitare». Anzi può ricapitare anche a noi».

Quanta narrativa c’è nella sua poesia? E quanta poesia nella sua narrativa?

«Domanda difficilissima. Sono tecnicamente considerato un narratore puro, ma io preferisco l’idea di essere uno scrittore puro, uno di quelli che quando scrive mette in campo competenze selezionate in base al risultato che si vuole raggiungere. La scrittura è la mia professione, questa affermazione può sembrare sminuente, ma per quanto mi riguarda è esattamente l’opposto. Perché ti costringe a dare il meglio sempre, la scrittura è il prodotto della mia azienda. Un prodotto impietoso: nero su bianco. Certo parlare di “mestiere”, di prodotto, pare spoetizzare quest’ambito, ma ciò avviene soltanto per coloro che pensano di poter attraversare senza rischi un territorio faticoso, pericoloso, complesso, come la scrittura. Sono un lettore totale, mi interessa tutto ciò che possa rendere più efficace e centrata la mia scrittura, se ho bisogno della poesia devo sapere dove andarla a pescare. Se ho bisogno di un saggio, di un trattato filosofico, di un romanzo classico, di un supporto audiovisivo, di un pezzo musicale (classico o leggero che sia), di un contributo iconografico (fotografico o pittorico o grafico che sia), devo sapere dove andare a cercarli o essere disponibile
a farmi trovare. E’ un accumulo e un’elaborazione costante, non ci sono ferie, non ci sono fine settimana, qualche volta non ci sono ore di sonno, o pranzi o cene. Ma è assolutamente meraviglioso: “Sempre meglio che lavorare”, ha detto qualcuno.

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