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Una gita tra la bellezza e la storia di Sassari: l’ingresso della città

Nel Seicento era una tenuta agricola nelle mani dei Navarro Oggi si presenta con viali, prati, varietà vegetali, edifici e laghetti

Per dare vita a una serie di passeggiate primaverili «nella bellezza» la Regione ha scelto sette giardini sparsi nell’isola, e tra questi il parco di Monserrato, alla periferia di Sassari. Una scelta opportuna, anche perché si tratta di uno spazio che è meno frequentato e meno celebrato di quanto potrebbe essere. Le famiglie non lo prendono in considerazione perché non offre passatempi per i bambini, gli anziani non lo raggiungono perché, pur non essendo lontano (è all’uscita dalla città, lungo via Budapest), è fuori dalla cintura urbana. E gli amanti delle comodità non lo scelgono perché non è dotato di un bar, un punto di incontro e di ristoro.

Per converso Monserrato ha molti pregi storici e naturalistici. Non ci sono dubbi sulla sua antichità. Se ne hanno notizie da quando, nel Seicento, era una tenuta agricola nelle mani dei Navarro, commercianti spagnoli arrivati da Valencia. A metà del Settecento passò ai Deliperi, famiglia sassarese che nel secolo successivo avrebbe dato alla città un sindaco, Giacomo, che secondo Enrico Costa «resse con molto senno l’amministrazione comunale». Ci furono ancora alcuni passaggi poi la proprietà finì nella mani di Giovanni Antonio Sanna, uomo politico e soprattutto industriale minerario («il signore di Montevecchio»), allora in forte ascesa sociale e finanziaria: dopo avere abitato con la moglie e le figlie in una casa del centro, sentiva il bisogno di dare dimostrazione della sua condizione trasferendosi in una pregevole villa di campagna.

Qualcuno mormorava sulla sua correttezza di uomo di affari ed egli, racconta Paolo Fadda nella biografia che gli ha dedicato, si preoccupò di dichiarare di non aver mai e a nessuno «sottratto per blandizie o per frode una somma qualunque». Anche nell’acquisto di Monserrato non approfittò delle condizioni di difficoltà in cui si trovavano i proprietari, e anzi consentì loro «non solo di estinguere i debiti, ma anche di assicurarsi un piccolo patrimonio».

È a lui che si deve la trasformazione della tenuta in una villa signorile con grande e raffinato giardino. Per un verso provvide ad ampliare la casa di abitazione, dove trovò spazio per le sue collezioni di reperti archeologici, di quadri e di argenti. Per l’altro provvide a dare vita al parco, estendendolo nella vallata che si affaccia verso monte Oro e oggi è chiusa in basso dalle scarpate della Superstrada «Carlo Felice».

I lavori erano diretti dall’ingegner Santinelli, suo collaboratore a Montevecchio, e le idee-guida venivano dai più bei giardini italiani che aveva visto nelle città in cui soggiornava per seguire l’attività parlamentare e dirigere i suoi affari. Oltre a impiantare le nuove varietà vegetali e a tracciare i percorsi, si resero più sicuri e razionali l’approvvigionamento e la distribuzione delle risorse idriche. Alla sua morte il compendio passò al barone Giuseppe Giordano Apostoli, che introdusse altre migliorie e fece erigere alcuni nuovi edifici.

In seguito casa e parco sono passasti ad altre importanti famiglie sassaresi ma poi, alla metà del secolo scorso, sono stati abbandonati. Si è temuto che finissero preda della speculazione privata, poi finalmente è venuto il recupero: è seguita l’apertura al pubblico, nel 2007. Oggi il parco si presenta con il fascino di una volta, con viali, prati, varietà vegetali, edifici e laghetti; e merita di essere frequentato da più visitatori e animato con un maggior numero di iniziative.