Viaggio nella “napolitudine” guidati da Toni Servillo

Successo al Massimo di Cagliari per il recital dell’attore partenopeo  De Filippo, Viviani, Di Giacomo e Totò, rivivono le tante voci poetiche della città

CAGLIARI. Paradiso, purgatorio, inferno per un viaggio dentro Napoli attraverso versi e parole nati con la vocazione all’oralità. “Toni Servillo legge Napoli” –in scena sino a ieri al Massimo a chiusura della stagione Cedac – è composta da una scelta di brani sapiente e godibile che parte da Salvatore di Giacomo, Ferdinando Russo, Raffaele Viviani, Eduardo De Filippo, e giunge alle voci contemporanee di Enzo Moscato, Mimmo Borrelli, Maurizio De Giovanni, Giuseppe Montesano e Michele Sovente. Immagini e squarci di una città, una “terra afflitta” eppure intrisa di ironia, viaggio antropologico e nella lingua - carnale e immaginifica, barocca e concreta, sempre in bilico tra bestemmia e preghiera.

A condurre fra i testi e immagini, Toni Servillo è il grande protagonista di un’interpretazione in cui sicurezza tecnica e potenza non sopprimono mai la cura, la tenerezza e la passione verso quelle parole amate, con sempre vivo l’orgoglio e l’onore di poterle condividere col mondo, in un grande atto d’amore verso Napoli e l’arte dell’attore che arriva forte al pubblico come un raro e generoso dono. Fin dalla splendida parabola “Lassammo fa’ Dio” di Salvatore Di Giacomo, voce e versi si fanno scenografia mentre Servillo al leggio riempie di suono, di gesti e sensibilità l’intero teatro. Nel brulicare di umanità, la descrizione fastosa del paradossale invito dei poveri al banchetto in paradiso sembra sublimarsi in una cappella Sistina degli ultimi, affresco denso e ironico, lirico e umanissimo ma altrettanto potente. Ancora umanità nel paradiso di Ferdinando Russo in cui una madonna dei vicoli porta i mandarini all’angelo in punizione, o nella lite tra santi che si conclude con le sfogliatelle. Dialoghi con santi e Dio sembrano prerogativa della napoletanità come nel De pretore Vincenzo, capolavoro di poeticità e teatralità di Eduardo. Sono le “Fravecature”, brano di una morte sul lavoro del grande Raffaele Viviani ad accompagnare nella fase purgatorio, sottolineata poi dalle variazioni sulla bestemmia scritte da Borrelli, drammaturgo attore e poeta contemporaneo, in una sorta di reflusso gutturale che sembra riversarsi direttamente dalle viscere in rivolta contro il destino.

Un napoletano più flegreo, quello che si parla a Pozzuoli e Bacoli – spiega Servillo prima di condurci nell’atmosfera sospesa di un dialogo con l’aldilà, con i fantasmi di Maurizio De Giovanni. Con “Litoranea” di Enzo Moscato la discesa agli inferi si compie, con l’autore che, «voce erettile nell’acqua ingravidata» immagina emergere dal mare l’intera storia di Napoli in un unico martellante dolorante flusso di lingua contaminata dai linguaggi di chi nei secoli ha dominato la città lasciando le sue impronte. Qui arrivano l’apocalisse del “Sogno napoletano” di Giuseppe Montesano, altro contemporaneo che chiama al risveglio delle coscienze, la Napoli dai mille aggettivi che esplodono nella martellante litania cesellati e scagliati tra maledizione e speranza ancora da Borrelli e i ragionamenti sulla lingua di Sovente.

A prevenire il bis, Servillo offre una splendida “A Livella” di Totò (che come Rossini ha cercato di allontanare
la tristezza dal mondo, ricorda), “Ca si fosse…” in cui Eduardo si interroga sul senso del destino, e la leggerezza malinconica della canzone “A casciaforte”, con i ricordi e reliquie di Alfonso Mangione. Applausi rinforzati ad ogni brano e ovazione finale, più che meritati.



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