San Sperate, il paese della creatività figlio del Sessantotto

Il centro del Campidano festeggia con un ricco programma di iniziative una straordinaria esperienza cominciata cinquant’anni fa

SAN SPERATE. Per certe culture i morti diventano semi e rappresentano il futuro. Il portato di tale credenza sembra riflettersi nelle celebrazioni dei cinquant’anni di San Sperate, “Paese Museo, Paese della creatività”, che festeggia una storia iniziata nella primavera del 1968 nel segno di Pinuccio Sciola. La manifestazione, presentata nell’aula consiliare del Comune, mette insieme, in un calendario unico, condiviso da istituzioni e associazioni, un anno di convegni, laboratori, interventi urbani, spettacoli, sagre e festival che si è inaugurato ieri, in occasione di Monumenti aperti, col murale del logo per i cinquant’anni del Paese Museo dipinto da Angelo Pilloni sui muri del Municipio.

Pinuccio Sciola e Renzo Piano
Pinuccio Sciola e Renzo Piano

Tra gli appuntamenti da segnalare il festival Sant’Arte promuove un doppio convegno che inizia il 25 maggio, dedicato a San Sperate paese della creatività, simbolo della forza dell’arte sociale che diventa questione di vita. La visione e il ricordo di una stagione artistica che incontra i movimenti del Sessantotto sarà argomento di dibattito ad opera di testimoni, critici e studiosi con interventi di Nino Landis, Giampaolo Mameli, Ottavio Olita e Diego Fusaro. Il convegno proseguirà in ottobre col “Progetto terra accogliente”, dedicato alle architetture tradizionali di terra cruda dall’epoca nuragica agli anni Sessanta, così tipiche di San Sperate e dell’area sud del Mediterraneo.

“Da nuraghes a murales” è invece il titolo degli scambi tra San Sperate e l’Università di Varsavia, ma nel nome c’è anche la sintesi dei nuovi murales che saranno realizzati all’ingresso del paese, lungo la recinzione del campo sportivo comunale ad opera di artisti diversi chiamati a lavorare al progetto collettivo.

La produzione artistica negli spazi pubblici prosegue in autunno con le “Residenze artistiche LXL” realizzate a cura dell’associazione Noarte: interventi diffusi poi sul territorio regionale attraverso la collaborazione con altri comuni come Berchidda per Time in Jazz e Villacidro col Premio Dessì.



I semi di Pinuccio Sciola appaiono ancora nell’attenzione al teatro, nella valorizzazione dell’incontro tra abitanti nell’Arroliu e nel Bixinau più volte citati dagli operatori, quasi a colmare due anni di vuoto vissuti nel timore di vedere morire lo spirito del Paese Museo consegnato al passato. Perciò di rinascimento e di futuro hanno parlato gli intervenuti, a cominciare dal muralista Angelo Pilloni che ha lavorato con Sciola una vita: «Pinuccio era una persona molto chiara e presente, quando all’inizio si discuteva su cosa fare lui diceva: “Questo è il paradiso terreste e noi siamo gli indios che lo abitano. Eravamo 4000 abitanti e 2400 asini, una preistoria presente. Cumenzausu de innoi – diceva – Quel muro è bianco: disegnamolo. E a farlo arrivava anche Foiso Fois, collega di Pinuccio al Liceo artistico. Era una festa, i colori stavano dietro il cancello di casa e tutti venivano a prenderli, compresi i bambini che salivano sulle macchine parcheggiate per arrivare più in alto».

Quel racconto trova riscontro in un articolo del 1979 di Primo Pantoli, pubblicato nella Grotta della vipera, dieci anni dopo. «Nella primavera del 1968 – ha ricordato Maria Sciola – mio padre tornava dalla Spagna, passando per la Francia, la gente qui diceva che era posseduto dalla febbre gialla. Pinuccio ha smosso le persone come un aratro: era un grandissimo direttore artistico. Per metabolizzare la sua perdita abbiamo deciso di unirci e collaborare».

A disegnare la San Sperate del futuro hanno cominciato i bambini delle scuole, e con i fondi POR verrà realizzato un centro culturale per turisti in grado di ospitare laboratori d’arte. Tra muralismo e teatro anche la compagnia La Maschera di Enzo Parodo celebra le proprie origini, mentre Giulio Landis di Cuncambias ha ricordato come la comunità di San Sperate sia in grado di ritrovarsi dopo cena, al fresco a raccontare i propri sogni e le proprie storie. Un progetto che diventa storia della comunità nello spettacolo itinerante “Semjai. Su trigu no timit s’aremigu”.

Un uomo normale, di straordinaria umanità era Sciola nel ricordo di Ottavio Olita: «Un artista che ha sempre lavorato a coinvolgere il suo paese, mettendosi a disposizione e rinunciando al proprio io individuale». Una lezione che ha dato i suoi frutti.
 

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