«Capire il fascismo perché non torni più»

Guido Melis parla del suo libro “La macchina imperfetta”, che oggi viene presentato a Sassari da Cassese e Pombeni

Parlando del libro di Guido Melis “La macchina imperfetta”, sottotitolo “Immagine e realtà dello Stato fascista” (Il Mulino, 615 pagine, 38 euro), Sabino Cassese, giurista e giudice emerito della Corte costituzionale, lo ha definito un «libro magistrale». Il saggio viene presentato oggi alle 16 nell’aula maga dell’Università di Sassari. Dopo i saluti del rettore Massimo Carpinelli e del direttore del Dipartimento di Storia Marco Milanese, discutono con l’autore Sabino Cassese e Paolo Pombeni, storico e politologo. Coordina Manlio Brigaglia.

«Ho voluto raccontare lo Stato fascista – spiega Melis – . In genere i fascisti lo rappresentavano come una architettura colossale e minacciosa, un monumento marmoreo. Ma quel marmo era pieno di canalicoli e fenditure nelle quali si inseriscono come voraci parassiti gli interessi dell’epoca».

Il titolo del libro riprende un passaggio di Giaime Pintor, per il quale lo Stato fascista era una «macchina imperfetta».

«L’espressione “macchina imperfetta”, che avevo in testa ma poi ho trovato in “Sangue in Europa” di Pintor, è un ossimoro: contrappone un’idea di automatismo e di efficienza (la macchina) all’aggettivo seguente, che rivela invece e per paradosso le sue intime debolezze e contraddizioni. Certo il fascismo fu un possente regime di dominio, cui si accompagnò la capacità allora inedita di livellare i cervelli, oscurare le coscienze e corromperle. Fu un regime reazionario di massa, come diceva Togliatti. Mise la popolazione italiana in camicia nera. Però il suo disegno totalitario non seppe o non poté realizzarsi pienamente. Rimasero nella società fascista asimmetrie profonde (Nord-Sud, centro-periferie, città-campagne). Il diritto rimase in larghe zone immune dal processo di fascistizzazione (il ministro Grandi lamentava che solo una parte minima delle leggi vigenti fosse di conio fascista)».

Perché lo Stato “nuovo” è dominato da generazioni di dirigenti vecchi formatisi in età liberale?

«“Anche la codificazione “fascista” reca tante tracce di continuità col passato Stato liberale, sia pure autoritario (i codici Rocco) o addirittura si affida a giuristi antifascisti (il codice di procedura civile del 1940 scritto in pratica da Calamandrei, quello civile del 1942, ispirato da Filippo Vassalli). Perché la giurisprudenza del Consiglio di Stato appare in perfetta continuità, anche su temi “sensibili”, con quella del periodo liberale? Perché il fascismo non penetra nell’industria come accade in Germania col nazismo? Perché negli anni Trenta la letteratura dei giovani (uno per tutti, il Moravia degli Indifferenti) racconta una società moralmente malata, priva di ideali, chiusa nell'egoismo di classe? La più importante riforma economica degli anni Trenta è la creazione dello Stato imprenditore (fondazione dell’Iri). E resterà nel lungo dopoguerra democratico».

Si parla di democratura, Lazar di popolocrazia. Oggi che cos'è democrazia? Il voto on line?

«Per la democrazia è tempo di crisi. Sta tramontando la democrazia basata sui partiti, che nacque in Italia nel Novecento. Non è un processo improvviso: se ne avvertivano i segnali già a fine secolo. C’erano classe operaia, ceti medi, classi agricole, borghesie delle professioni, la grande borghesia capitalistica. Oggi questi blocchi, cui i partiti davano voce, vanno scomparendo, sostituiti da interessi e identità sociali plurivalenti e indefiniti. Da qui la crisi dei partiti».

Con leader, più o meno improvvisati, non-leader.

«Il discorso politico si è fatto generico, privo di valori, basato su sondaggi elettorali labili. Non credo al voto on line ma alla paziente ricostruzione delle culture e dei valori. Per ricostruirli non serve il partito del 900. Cambia tutto: sovranità nazionale, forma degli Stati, la comunicazione, i linguaggi. Perché non dovrebbe cambiare la politica? Vanno cercate nuove forme. Al populismo, ideologia difensiva basata sulla paura del mondo, bisogna contrapporre forme inclusive che assecondino il cambiamento. Ci vuole una politica capace di decidere su problemi inediti coinvolgendo tutti».

Il filo fascismo-postfascimo-democrazia non si è mai rotto del tutto: perché?

«L’epurazione antifascista, iniziata nel 1944 e portata avanti con vari provvedimenti sino al '47, in pratica fallì, colpì i pesci piccoli. Era basata su leggi (i decreti dei governi postfascisti) largamente imperfette (lo notò subito un giurista acuto come Massimo Severo Giannini). Al tempo stesso pretendeva di colpire i troppi e non selezionava i colpevoli. Ma la domanda ha anche un’altra risposta: l’involucro dello Stato fascista, il corpus normativo, le strutture, la burocrazia rimasero praticamente inalterati e si perpetuarono nei primi anni della Repubblica, nel clima della guerra fredda».

L'Italia e il fascismo oggi, la Germania e il nazismo oggi.

«Ripeto: il fascismo è stato un fenomeno storico, come tale irripetibile. Affondava le radici nel grande sconvolgimento generato dalla prima guerra mondiale e alla crisi del sistema liberale. Fu anche la risposta – nell’immediato – al pericolo bolscevico, e incontrò l’appoggio delle classi dirigenti più conservatrici. Fu una reazione profondamente antidemocratica ma al tempo stesso moderna perché coglieva la novità rappresentata dalla società delle masse del dopoguerra. Anche il nazismo – dieci anni dopo – si può leggere in questa stessa chiave, avendo alle spalle la crisi della Germania di Weimar e le paure dei tedeschi verso il futuro. Non penso al fascismo redivivo. Fascismo e nazismo hanno lasciato un’eredità cancrenosa: si chiama intolleranza, paura del diverso, egoismo, violenza come
unica soluzione delle contraddizioni sociali, nostalgia per un passato che per lo più non si conosce. La politica, che dovrebbe essere razionalità, diventa contrapposizione. Studiare il fascismo, indagarne l’esperienza storica, può servire a combatterla».

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