Culicchia: «Vi racconto la mia Sardegna»

Lo scrittore ha dedicato a Neoneli un libro, pubblicato dal Comune, che sarà presentato al Salone del libro di Torino

Pubblichiamo due brani dal libro di Giuseppe Culicchia “Neoneli. Un (in)canto”, pubblicato dal Comune del piccolo paese del Barigadu.

* * *di GIUSEPPE CULICCHIA

Il silenzio di Neoneli.

A noi mortali di questa nostra epoca satura di trilli e canzonette e notiziari e motori e clacson e rumore bianco, in cui il brusio di fondo amplificato dalla tecnologia è onnipresente e ci perseguita per strada in ascensore in ufficio in spiaggia ai giardini e perfino a tavola in bagno in camera da letto, è toccato in sorte di vivere un tempo in cui il silenzio pare essersi estinto. A Neoneli no. A Neoneli il silenzio, a cui non siamo più abituati, lo si percepisce appieno solo nell’istante in cui per qualche motivo viene rotto. Magari dai campanacci di un gregge – che si chiamano pittiolos e sono fatti con l’osso della tibia di un animale fissato al cuoio con uno spillo di erica: l’osso non rovina il metallo del campanaccio, che deve poter essere udito a chilometri di distanza nel caso l’animale si perda e checosì può durare secoli – o dai suoi belati. Che poi cessano, restituendo il silenzio a chi sa ascoltarlo. Solo allora ci si rende conto di esso, e di quanto sia prezioso: tanto che viaggiare in treno nella zona silenzio comporta un sovrapprezzo, perché di fatto ormai il silenzio è un lusso.

Ecco: a Neoneli si vive nel lusso. Il lusso di notti stellate come nelle città non se ne vedono più, in cui pare di avvertire il respiro dell’Universo.

Di notte si ascolta il silenzio assoluto – sempre che non sia la natura a incresparlo di nuovo, magari con il latrato di un cane, visto che le pecore dormono, o con un alito di vento capace di scatenare una danza di foglie sugli alberi. Ma se così non è, tutto allora tace. E anche chi non crede in una qualche entità superiore può sorprendersi a riflettere su un’espressione come “religioso silenzio”. Perché il silenzio che si ascolta a Neoneli è, in quanto assoluto, un silenzio mistico. Non lo si può spiegare. Bisogna fermarsi. Respirare piano. Ascoltare.

Una coperta a Neoneli.

Una coperta, a Neoneli, nel momento in cui si materializza davanti al fuoco di un camino in una casa di Neoneli, evoca l’uomo che la portava con sé: nel silenzio di Neoneli, sotto il cielo stellato di Neoneli. È una coperta di furesi, ossia di orbace, una stoffa povera e pesante e dalla tessitura assai fitta. Sono queste le caratteristiche che fanno di quella coperta, per l’uomo che la portava con sé nel silenzio e sotto le stelle di Neoneli, più di una semplice coperta.

Quella coperta, detta in Sardo su saccu ’e pastore e resa impermeabile non solo grazie alla trama fitta ma anche al modo in cui era pettinata, per il pastore era un rifugio: lo riparava dal freddo e dalla pioggia. Quella coperta era la sua casa. Quella coperta era la sua famiglia. Quella coperta era la sua salvezza.

L’uomo non si limitava ad avvolgervisi, la metteva sulle spalle e si accovacciava a terra, la faceva diventare una capanna, una grotta, lì dove non c’era modo di costruirsi una capanna o di trovare una grotta. Questo perché un tempo i vecchi pastori seguivano il loro gregge notte e giorno, indipendentemente dalle stagioni o dalle condizioni meteorologiche. Non sapevano che cosa fossero le comodità e tantomeno il lusso. Ma sapevano essere dignitosi. La coperta di orbace li proteggeva dalla pioggia e conservava il caldo anche quando d’inverno il pastore si ritrovava con un paio di palmi di neve addosso. I pastori di Neoneli potevano stare via anche per mesi
e mesi, nei pascoli. E ai primi venti che annunciavano l’autunno, si esponevano all’aria aperta per abituarsi al freddo e per temprarsi. Poi, quando le temperature scendevano ben sotto lo zero, ci si metteva d’impegno e si costruiva una pinnetta.

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