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Triei: sulle tracce del vino nuragico nasce Bingias Antigas

Triei: sulle tracce del vino nuragico nasce Bingias Antigas

Alla scoperta dei vignaioli di tremila anni fa  e del bianco amato da un Papa del ’600

L’Ogliastra e il vino, un legame indissolubile che affonda le radici nella notte dei tempi. E che si rinnova secolo dopo secolo. C’è un breve ma intenso itinerario che si snoda interamente nel piccolo borgo di Triei e che val la pena di percorrere se si vuol sapere quanto profondamente radicata sia la tradizione. A pochi chilometri dal paese, immerso nel verde e circondato dalle ginestre selvatiche, si trova il complesso archeologico di Bau Nuraxi.

È qui che nel 1986, durante gli scavi condotti dall’archeologo Mario Sanges, è stata ritrovata una brocca askoide. I frammenti del recipiente, rinvenuti in uno dei vani nella torre principale, hanno custodito per millenni una delle scoperte più interessanti degli ultimi tempi: all’interno della brocca sono stati rinvenuti residui che analizzati attraverso la gascromatografia hanno evidenziato la presenza di acido tartarico, uno dei residui della vinificazione. E quindi fornito la prova inconfutabile che gli antichi nuragici già conoscessero l’arte di produrre il vino dall’uva. Non solo, l’esame dei pollini nei livelli archeologici ha attestato anche la presenza di “vitis vinifera sativa”, la vite domestica. La datazione eseguita con il Carbonio 14 sui reperti ha fatto il resto: le tracce risalirebbero al 1000 Avanti Cristo.

Da 3000 anni fa quindi in questo angolo di Sardegna le popolazioni già coltivavano la vite e producevano il vino. A pochi metri dal sito nuragico, in un microclima ideale per queste colture, ci sono le vigne di Talavè. Centinaia e centinaia di filari che riportano, d’incanto, al presente. In questa località, dal 2012, una piccola cantina gestita da una cooperativa sociale sta portando avanti un progetto di recupero dei vitigni autoctoni. “Bingias antigas” è il nome dell’iniziativa che la dice lunga sulla volontà di recuperare ciò che rischiava di andare perduto per sempre. Gli anziani agricoltori della zona, via via, hanno abbandonato le vigne e i giovani sembravano aver messo da parte l’idea di lavorare la terra. Questo sino a quando un giovane imprenditore di Triei, Vincenzo Piras, non ha deciso di farsi affidare i terreni comunali. Ora a Talavè, tra querce secolari e olivastri, si coltiva il Cannonau, l’uvaggio principe dell’Ogliastra, ma anche l’Amanthosu, un vitigno autoctono da cui si produce l’omonima e apprezzata etichetta. Nella visita guidata nelle vigne della cantina e nel complesso nuragico, presente e passato si intersecano. Con una piccola incursione nel 1600. La guida non mancherà di raccontare quanto il vino prodotto in questo angolo sperduto di Sardegna facesse andare in visibilio nientemeno che il sommo pontefice. Non ci sono attestazioni scritte (se non una nota in un registro di acquisto del Vaticano che fa riferimento al “vino del villaggio di Triei) su quella che da queste parti non viene considerata una leggenda ma una verità storica. Anche nel paese (terza tappa dell’itinerario) si sente ripetere che a quell’epoca il vino bianco di Talavè fosse il prediletto del papa. Dicono che persino il ciclo di splendidi affreschi che ancor oggi adorna la chiesa parrocchiale dei santi Cosma e Damiano, piccolo edificio di culto che si trova nel centro dell’abitato, sia strettamente legato alla tradizione vitivinicola.

«Ci piace pensare che il vino di Triei fosse talmente buono non solo da varcare il Tirreno per raggiungere la mensa papale ma addirittura da indurre il pontefice a ricambiare tanta bontà con la commissione dei dipinti della chiesa» dice Vincenzo Piras. Gli affreschi policromi di pregevole fatture che raffigurano scene di vite dei santi e dell’Antico testamento e risalenti al XVIII secolo sono stati attribuiti alla tarda attività della bottega degli Are, famosi pittori nuoresi che difficilmente la piccola e povera comunità avrebbe potuto permettersi se non appunto con l’intercessione dei “piani alti”. Il vino di Talavè accompagna anche i momenti di festa. Ogni estate il 10 agosto si rinnova la tradizionale festa campestre in onore di Sant’Antonio nel bellissimo parco di Mullò, quarta tappa dell’itinerario. I festeggiamenti
vanno avanti per giorni tra riti sacri e profani.

Tra una messa e un ballu sardo, una preghiera e una libagione, il vino è l’indiscusso protagonista. Ma non è il caso di aspettare. In questo periodo Mullò è un’oasi di pace. Da apprezzare come un buon bicchiere di vino.

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