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Uomo, cavallo e cuoio

Uomo, cavallo e cuoio

Santu Lussurgiu, le selle dei fratelli Spanu e la tradizione sarda dell’equitazione

Il rumore dei passi sulle pietre dei viottoli del centro storico di Santu Lussurgiu accompagna i pensieri e li sospinge in un viaggio che conduce lontano. Nel tempo, più che nello spazio. Nelle cose e negli oggetti, nei gesti e negli odori. Lo sceneggiatore del Trono di Spade si innamorerebbe di questo posto: tra massicci portoni in legno, muri con le pietre a vista, ombre e squarci di luce che descrivono contorni inusuali. Volti l’angolo ed ecco la bottega di un falegname, poco più in là c’è uno che fabbrica coltelli. E poi il fabbro, il calzolaio, la tessitrice. La suggestione ti potrebbe far sentire in lontananza il rumore degli zoccoli di un cavallo sul selciato. O forse non è la suggestione.

Animale da compagnia

A Santu Lussurgiu il cavallo è quasi un animale da compagnia. E l’amore per il cavallo porta con sé anche la cura del dettaglio per tutto ciò che serve per andare a cavallo. Giuseppe e Gianfranco Spanu sono due fratelli, di 42 e 36 anni. Nella loro bottega artigiana di via dei Monti Lussurgesi realizzano dei lavori amati dagli appassionati di cavalli. Una stanza a base rettangolare, otto metri per quattro, dove si respira aria di colla e pelle, di legno e colori. Niente schermi a led, niente elettronica, niente computer: solo mani che si muovono pazienti e attente, che trapassano pezzi di morbida pelle con grossi aghi o che muovono il pennello per colorare delle cinghie, le indicazioni quasi sussurrate nella lingua sonora e aspra del luogo. Un po’ di timidezza mista a un pizzico di diffidenza verso l’ospite arrivato qui per capire e raccontare il loro mestiere. Le bocche parlano, le mani guidate dallo sguardo continuano a lavorare. A cosa? «Qui realizziamo testiere, briglie, collari con i sonagli, tutti i finimenti che completano la sella sarda – dice Gianfranco –-. Riparazione e realizzazione di selle inglesi, ma anche cinture, custodie per cellulari. In certi periodi però abbiamo troppo lavoro con la selleria e non facciamo altro». Alla bottega dei fratelli Spanu guarda il mondo che ruota intorno alle feste tradizionali, dove il cavallo ha un ruolo da protagonista: «Il nostro mercato è soprattutto sardo – dice Giuseppe –, ci chiedono le selle quelli che con i propri cavalli partecipano alla feste tradizionali. Quindi il nostri clienti sono soprattutto in Sardegna. Ma vendiamo qualcosa anche all’estero, in Germania, ad esempio». Sella sarda e sella inglese: nel locale attiguo al laboratori c’è una piccola esposizione: «La sella sarda è nata come sella da lavoro, per la campagna. È più massiccia e imponente della sella inglese». Gianfranco mostra con orgoglio un modello di sella sarda: «Vede questa? Non ha nemmeno l’imbottitura». Roba per uomini veri: «A Sedilo i cavalieri dell’Ardia – aggiunge Giuseppe – non vogliono neanche sentirne parlare di imbottitura». E ride. Il legame con le tradizioni è saldissimo. La cultura del cavallo tra Carrela, Ardie, Sartiglia, nell’isola è sempre viva: «L’interesse c’è ed è più forte di prima – dice Giuseppe –. È cresciuto rispetto a 30 anni fa, anche tra i giovani. Mi ricordo, quando ero bambino, qui a Santu Lussurgiu la festa stava quasi scomparendo. Poi dagli anni ‘90 ha ripreso tantissimo».

Le fiere nel telefonino

La devozione per i santi, il legame con le feste tradizionali sono due importanti alleati per i fratelli Spanu. Ci sono dei periodi in cui si lavora di più? «Sì: adesso», dice ridendo Giuseppe. Forse questo è il momento meno opportuno per fare un’intervista. Ma i due fratelli continuano a lavorare mentre raccontano: «Da adesso sino a settembre-ottobre è il periodo delle feste. A novembre si ferma tutto, riprende un po’ a dicembre, per i regali di Natale, si ferma di nuovo e riprende un pochino per il carnevale. Ma questo è il momento di maggiore impegno. Tante feste, da aprile in poi, con il massimo a giugno: san Pietro, san Giovanni, sant’Antonio. Qui arrivano da tutta la Sardegna. Oppure vedono su internet, ordinano e vengono a ritirare». Sembra lontanissimo il tempo in cui i contatti di lavoro si stringevano durante le fiere del bestiame: «Le fiere ormai sono lì dentro – dice Giuseppe indicando lo smartphone con un cenno del capo –-. Non vale più la pena andare alle fiere. Ora siamo in grado di ricevere ordinazioni attraverso il nostro sito e possiamo consegnare ovunque. Le cose sono cambiate. Con babbo si andava alla fiera di San Leonardo, a quella di Ollastra, ogni domenica alle corse a Chilivani». Tre generazioni hanno visto mutare il contesto e le prospettive, ma l’arte è rimasta quella di un tempo, fatta di attenzione per i particolari, di scelta accurata dei materiali. «Ha cominciato nostro nonno, Giuseppe Luigi, poi ha continuato nostro padre Giovanni. Ora ci siamo io e mio fratello Gianfranco».

Un percorso segnato

Diventare sellai è stata la conclusione naturale di un percorso che era segnato. Senza un perché, senza una vera e propria scelta: «C’eravamo in mezzo da piccolini – continua Giuseppe –. Eravamo sempre qui, abbiamo continuato. I primi anni c’era anche babbo. Abbiamo iniziato che eravamo piccolissimi, sempre in mezzo ai piedi. Un po’ come fanno i miei figli ora. Adesso sono a scuola, ma il pomeriggio stanno sempre qua». Chissà se anche loro proseguiranno lungo questa strada: «Se continua il lavoro, perché no? Per ora c’è, non ci lamentiamo».

Ed è un lavoro che non sembra risentire della concorrenza del prodotto industriale: «Non la sentiamo – dice Gianfranco –. Anzi, ci fa quasi comodo. La differenza tra un prodotto artigianale e uno industriale si vede. E spesso chi acquista un prodotto industriale ha qualche problema, lo porta da noi per aggiustarlo. Noi puntiamo sulla personalizzazione, sul fatto che i clienti vogliono una cosa diversa dai prodotti che hanno gli altri. Un prodotto industriale arriva a migliaia di pezzi uguali. Qui facciamo pezzo per pezzo». La scelta dei materiali è essenziale. Ad esempio, occorrono dei rami ricurvi per realizzare le due parti principali della sella. Devono essere in un pezzo unico e quindi la curvatura deve essere naturale: «Prima i ragazzi andavano in campagna e se li procuravano per portarceli. Così si facevano qualche soldo. Ora non ci va più nessuno e dobbiamo andare noi in campagna a cercarli. Anche questo è un lavoro in più». Per il resto i materiali usati hanno poco a che fare con la Sardegna: «Le materie prime arrivano dalla penisola – dice Giuseppe –. In Sardegna non troviamo quasi niente».

Qualità inglese

Concerie non ce ne sono più. In Italia sono soprattutto in Toscana, ma prendiamo anche il cuoio inglese che è di qualità molto superiore. È la qualità della concia a fare la differenza. Il prodotto inglese è più resistente, più compatto, costa molto di più però è superiore». E se un cavaliere cerca un prodotto diverso da quello industriale, probabilmente è disposto a spendere: «Dipende – dice sorridendo Gianfranco –. Ci sono quelli che non fanno questioni, ma anche quelli
che chiedono lo sconto sempre». La radice del termine “artigiano” non a caso è comune a quello della parola “artista”. E la bellezza che può essere creata dalla mano dell’uomo, una macchina ancora non la può riprodurre. Nei viottoli di Santu Lussurgiu lo si può ancora scoprire.



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